Breve storia della chirurgia plastica

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Alle radici della medicina estetico-ricostruttiva

La chirurgia plastica estetica, nel corso del suo sviluppo, ha ampliato il suo potenziale e aperto le porte a grandi interrogativi di natura etica. Problematiche inconcepibili e ardue da prevedere agli albori, sono emerse lentamente ma con carattere ineludibile. E siamo oggi a dover fare i conti con esse. Serenamente obbligati da esse.

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Cyrano de Bergerac

Cos’è, per sempio, una persona, e cosa può orbitare attorno alla sua immagine? Esiste un confine fra ricostruzione e cambiamento narcisistico? I connotati possono essere liberamente modificati nel tentativo di arrestare il tempo? E cosa significa essere dottori in bellezza? Parliamo di business oppure di una branca indispensabile all’equilibrio psicologico?

Vocazione o industria?

Non possiamo negarlo. Oggi l’industria della bellezza genera grandi volumi di vendita e perciò grandi profitti. La visione del chirurgo plastico però si muove generalmente in ben altra direzione, facendo del proprio mestiere una vocazione. Rivolgersi all’immagine di una persona significa infatti portare il paziente ad una maggiore comprensione della natura delle proprie esigenze. Significa, inoltre, padroneggiare una grande conoscenza e abilità, e una profonda attenzione ai dettagli.

Di certo, dunque, la chirurgia plastica estetica è un ambiente che non si può preliminarmente congelare in netti giudizi merito o pregiudizi di sorta; ciò a dispetto di quanto molto spesso invece avvenga.

La materia vanta una storia che affonda le radici in territori esotici e lontani. Parliamo dell’India del 900 a.C. Ed è bene dunque approcciare a quest’ambito sfaccettato e complesso proprio attraverso la sua evoluzione nel corso dei secoli.

Gli esordi…

Saggezza”, “conoscenza”; a queste accezioni rimanda il termine sanscrito Veda. Ed i Veda sono i testi sacri indiani ai quali dobbiamo anzitutto guardare per reperire le prime orme della chirurgica estetica. Una versione ancora remota rispetto alla concezione che di essa vantiamo oggi. Per certi versi, forse, persino irriconoscibile. Eppure, è all’interno di questi testi che vi sono i più antichi riferimenti all’innesto cutaneo, ossia ai prodromi della medicina ricostruttiva.

Approcci al “corpo”

Secondo alcune fonti, infatti, all’origine vi sarebbe un approccio riparativo-funzionale. In altre parole, al tempo, non si trattava di migliorare il potenziale d’attrazione o di conformare il soggetto ad un canone estetico, quanto di porre rimedio a pratiche culturali intervenute a mutilare o menomare porzioni e distretti corporei. Basti pensare, per esempio, che la trasgressione alle leggi prevedeva l’amputazione di alcune parti del corpo.

Sushrutachirurgia

Un caso antonomastico di proto-ricostruzione è di certo costituito dalla rinoplastica operata per mano di Sushruta. Il noto medico indiano la descrive dettagliatamente nel Sushruta Samhita, volume considerato fra i testi fondativi dell’Ayurveda. Sushruta spiega in esso che, quanto alla ricostruzione del naso (solitamente mozzato ai prigionieri), di norma si procedeva prelevando un sottile lembo di pelle dalla fronte del soggetto interessato, per poi modellarlo.

Ippocrate

L’esperienza indiana fu ripresa nel medesimo Corpus Hippocraticum, opera redatta dal medico greco Ippocrate (400 a.C.), il noto padre della medicina come noi Occidentali correttamente la intendiamo.

Un passo “breve”…

Dal naso alle labbra e così alle orecchie il passo fu breve; tanto che, nell’antica Roma lo stesso Aulo Cornelio Celso si volse con spiccato interesse alla ristrutturazione estetica. Nel momento di massimo vigore dell’Impero Romano, d’altronde, fra battaglie e scontri di gladiatori nelle arene, i casi di corpi mutilati e deformati non erano certo rari. Ai soldati ed agli schiavi dei giochi, pertanto, si volsero le prime attenzioni.

Una prima svolta…

Dobbiamo tuttavia attendere gli anni 1000 affinché si possa assistere ad una fusione fra i saperi medici d’Oriente e d’Occidente.

I fenici, popolo inventore dell’alfabeto, si espandono infatti nell’area mediterranea; con ciò arti e tecniche differenti principiano ad intersecarsi su rotte commerciali assai intense, a bordo delle navi. Questa, giocoforza, diviene la fase in cui il sapere scientifico di natura medica viene affidato agli ordini religiosi. Conosce una particolare diffusione grazie alla Schola Salerni (che vantava medici d’alta caratura); malati e studenti di medicina giungono da tutto il mondo alla Scuola Medica Salernitana per apprenderne i gesti regolati dallo spirito di misericordia. È la chiesa come istituzione infatti ad aver gettato le basi dell’ospedalizzazione a partire dal sostrato dell’ospitalità.

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Schola Salerni – miniatura –

Dall’uomo “di fede” all’uomo “di coltello”

E tuttavia, alle soglie del XIII secolo, l’editto di papa Innocenzo III sottrae la pratica al dominio dei religiosi. Passa quindi sotto la giurisdizione dei barbieri, con una conoscenza scientifica assai limitata ma pratici di coltelli e rasoiNon sorprende quindi l’imbarbarimento delle tecniche e delle metodologie impiegate che ne consegue. La famiglia siciliana dei Branca, per fare un esempio, nel 1503 ancora si rifaceva al “metodo indiano” quanto a rinoplastica ricostruttiva. 

La fase di maturità 

Bisogna, nei fatti, attendere il bolognese Gaspare Tagliacozzi per giungere alla svolta: l’ingresso in scena del primo trattato di chirurgia plastica. Ci riferiamo al De Curtorum Chirurgia Per Insitionem, opera del 1597 nella quale Tagliacozzi elucida al mondo il “metodo italiano” per la ricostruzione nasale.

chirurgiaNon solo la strumentazione principia a farsi specifica, ma il tessuto medesimo dell’innesto viene prelevato dalla porzione anteriore del braccio. Inoltre, anziché rimosso dalla sua sede originaria, il tessuto viene parzialmente lasciato in sede attraverso il suo lembo superiore e di lì collegato al volto. Per circa un mese al paziente era dunque chiesto di mantenere una posa che oggi ci fa probabilmente sorridere e insieme rabbrividire; ma all’epoca rappresentava l’unica possibilità di mantenere vascolarizzata la porzione d’innesto sino al suo attecchire nella sede nasale.

Il metodo Tagliacozzi

Fu Tagliacozzi medesimo, d’altra parte, a concepire un particolare strumento in grado di alleviare la fatica del paziente nel post-trattamento. Parliamo di un sistema di legacci che dipartendo dal gomito cingevano la nuca e fasciavano l’avambraccio, sino a costituire una ragnatela di discutibile praticità ma indubbia efficacia.

Il De Curtorum si rivela un trattato decisivo sotto numerosi aspetti. Anzitutto spalanca interrogativi decisivi quanto alle premesse dell’arte medica, quindi introduce con precisione alle tecniche e meticolosamente predispone un inventario delle strumentazioni d’avanguardia.

Dobbiamo invece attendere l’800 affinché non solo venga introdotta l’anestesia, ma perché il termine “plastic” compaia per la prima volta (nel 1818) relato ad un intervento chirurgico. 

Un ulteriore passo in avanti per la chirurgia

Alla desolazione della morte, nel corso della Prima Guerra Mondiale, subentrò sin dall’inizio anche l’orrore delle mutilazioni e delle menomazioni subite dai soldati. Segni che spesso e fatalmente cancellavano interi volti e con ciò sottolineavano ancor più duramente – se possibile – la realtà della trincea.

Treves

Fu questo, dunque, il triste impulso affinché la chirurgia ricostruttiva potesse divenire una professione vera e propria.

La guerra, insomma, funse da istigazione emancipante alla chirurgia, la quale si fece scienza chiamata a restituire un futuro negato, una parvenza di normalità.

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Frederick Treves

Il reintegro in società e dunque la possibilità del ripristino degli equilibri psichici, passano in primis attraverso il corpo: non fu mai così evidente. La forma non è un accidente rispetto alla sostanza. E tale sconcertante evidenza, si tradusse nella mission della prima generazione di chirurghi plastici, quella che optò per separarsi dalla medicina generale e poi, con Frederick Treves, dalla chirurgia generale. 

Giustizia del “bello”…e business

Com’era inevitabile, tuttavia, nemmeno all’epoca si fecero attendere le critiche. Ma se per un verso suona anacronistico l’ammonimento di Pio XII quanto alle presunte immoralità dei chirurghi nell’indurre i propri pazienti al peccato di vanità, dall’altro è vero anche – e non lo si può negare – che la bellezza è sempre più un business, un’industria che produce modelli molto costosi da mantenere.

Fra possibilità e impegno etico

Tuttavia, tacciare la chirurgia plastica estetica come “industria del bello” equivale a dimenticare tutte le provvidenziali espressioni ricostruttive: incidenti stradali, malattie congenite, schisi o asportazioni chirurgiche.

Chi descrive la chirurgia plastica estetica come anti-etica, dovrebbe ricordarsene.   

Chirurgia e Ventesimo Secolo…

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Con una domanda di consumo in costante aumento (anche fra gli uomini), la chirurgia plastica estetica principia divenire preludio alla felicità. Il dibattito fra chirurgia estetica e chirurgia etica, pertanto, mai come nella stagione della mondializzazione del benessere si è potuto dire così acceso.

Quesiti non eludibili

Come definire la mastoplastica additiva? O una blefaroplastica per arrestare i segni del tempo? E parimenti, in quali casi consentire l’intervento di liposuzione? In relazione ad una società narcisista ma obesa, queste possibilità sono scorciatoie o risorse? Quali paletti fissare, chi prendere in degna considerazione come paziente?  Dov’è che la mano del chirurgo può sostituirsi al faticoso lavoro del soggetto sul proprio sé?

Queste sono solo alcune delle domande che si spalancano nell’età matura della chirurgia plastica estetica.

Protesi sintetiche e non solo

A partire dagli anni del boom economico, gli anni 50, parimenti anche la sperimentazione medica in termini di materiali riceve un grande impulso.

Basti pensare ai passi in avanti compiuti in materia focalizzandoci sull’esempio antonomastico dell’aumento del seno. Dall’iniezione di paraffina alle vere e proprie protesi in gel di silicone. Oggi però, in regione è possibile altresì optare per un lipofilling arricchito di cellule staminali.

Esistono perciò tecniche sempre più sicure a garanzia di effetti assolutamente naturali. Il grado di soddisfazione dei pazienti aumenta in maniera direttamente proporzionale a quello del medico chirurgo.

Uno sguardo lungimirante

Ma è questa anche la stagione nella quale, al chirurgo, sono richieste grandi doti umane che esulano dalle competenze prettamente tecniche. Egli deve farsi un buon ascoltatore, e nei limiti, un eventuale dissuasore. Alla deontologia di settore serve un’etica a lunga gittata