Cosmetico e cosmetica, una storia antica quanto l’uomo

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… traccia del suo immaginario

Prima del cosmetico, rifacciamoci a Kosmesis; una parola che rimanda all’antichità greca, ma il cui spirito vanta origini arcaiche, preistoriche addirittura. Infatti, i cosmetici come tecniche di alterazione dell’apparenza esteriore, conoscono il loro primo ed embrionale impiego nella caccia. Paradossalmente, non già quale implemento di caratterizzazione somatica, ma come annullamento della riconoscibilità, come camouflage.

Osservando gli altri esseri viventi ed il loro entourage, l’uomo ha presto imparato ad imitarli. Ha attinto dal loro sapere e dalle loro forme, dai loro colori. L’uomo primitivo si è così inventato l’arte, ha dipinto le caverne e ornato la propria figura. Dapprima, a scopo superstizioso-propiziatorio, come spiegano gli esperti.

Dal mimetismo alla religione

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In seguito, il colore ed i simboli hanno assunto una logica differente. Dal mimetismo del corpo e all’infusione di poteri naturali, verso lo scopo terapeutico. Ci basti pensare che il tatuaggio più antico di cui abbiamo testimonianza risale all’età del rame con la mummia del Similaun, Ötzi, il cui corpo ne vanta più d’uno, probabilmente risultato dell’agopuntura per tenere a bada il dolore.

Solo in seguito è subentrata l’accezione di preservazione della bellezza. La cosmetica come arte legata alla piacevolezza è dunque paradossalmente successiva alla sua invenzione, ma ad essa legata. Nel mezzo, infatti, vi sono tappe fondamentali che non possono essere tralasciate ai fini della comprensione del cosmetico.

Un passo indietro…

Pensiamo, ad esempio, all’uso dei cosmetici nell’antico Egitto.

Non solamente l’uso di trucco per il volto o i balsami e gli oli profumati per il corpo erano ampiamente diffusi, ma è nella pratica religiosa che questi si fecero espressione più alta.

La cosmesi serviva infatti tanto a sacralizzare il corpo deceduto, nella mummificazione per purificarne la sostanza, tanto per detergere e celebrare il corpo vivente, a scopo igienico e anti-batterico.

Un bene per la “massa”

Col passare del tempo, i cosmetici si sono fatti sempre meno rari e meno costosi, salpando dalla realizzazione artigiana a quella industriale, e come tale in grado di intercettare la più ampia diffusione.

Da sinonimi del rango elevato i cosmetici hanno così raggiunto le masse e sono divenuti il paradigma surrogato del successo. Il profumo della star è il profumo di tutti. Dalla natura che lo aveva reso estraibile, il cosmetico evoluto al suo ultimo stadio ha conosciuto infine la sintesi asettica in laboratorio. Un richiamo senza referente, un’allusione a ciò che nemmeno contiene. Dell’agrume, per esempio, non resta che una mescita di reazioni chimiche che olfattivamente “rendono”, “stanno per”, l’agrume.

Nonostante questa “falsificazione” operata dalla chimica industriale moderna, tuttavia, si è potuti tornare alle origini taumaturgiche del cosmetico. E per la precisione ci si è tornati creando ibridi collocati a metà strada fra il decorativo ed il terapeutico, ossia addizionando ai composti vitamine o altri debiti fattori benefici per la pelle ed i capelli.

Religione della scienza

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Insomma, dallo scopo funzionale (mimetico, religioso o guerriero), il cosmetico è migrato al decorativo (espressione di un rango), per poi tornare alle origini, sebbene da una prospettiva differente, quella immunologica.

Dalla cura di sé magico-superstiziosa siamo alla cura di sé fisico-chimica. 

Nello specifico, il cosmetico come prodotto è stato spogliato del suo rimando esoterico. Ma la disciplina scientifica non si è forse fatta una nuova questione di fede, oggi? Non pendiamo dalle sue labbra come gli antichi dal dogma, dalle tavole sacre sottratte allo scetticismo?  Il metodo di indagine diventa non solo condizione legittimante del reale, ma criterio per valutare la bontà di quanto crea e restituisce.

Anziché valutare il prodotto in quanto tale, ci lasciamo accecare a priori dal fatto che è stato prodotto seguendo un certo metodo. Perciò, tutto diviene una questione di fede. Siamo insomma dinnanzi alla sospensione del giudizio del fedele davanti al mantra.

Sia chiaro, non si stanno mettendo in discussione i risultati empirici della scienza, quanto le ricadute psicologiche del procedimento. Se assunte acriticamente, risulterebbe teoricamente possibile legittimare la produzione di qualunque cosa.

Basta dire che è scientifica per fare di una cosa anche una “cosa positiva”?

La sicurezza del cosmetico

Ciascun ingrediente presente nel cosmetico di turno è catalogato dall’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Il sistema articola infatti una denominazione che facilita l’identificazione delle sostanze a livello internazionale. Nello specifico, alcuni termini figurano in inglese, altri in forma numerica, altri ancora in latino.

Dal 1997, per tutti i paesi membri dell’Unione Europea l’elenco deve figurare obbligatoriamente sull’etichetta dei prodotti in commercio, proponendo gli ingredienti in ordine decrescente per concentrazione. Generalmente gli additivi odoranti sono classificati nel generico “parfum” o “aroma”, ma naturalmente che una sostanza figuri nell’INCI non ne comprova automaticamente la sicurezza e l’efficacia.

Per ulteriori informazioni: http://www.farmacovigilanza.org/cosmetovigilanza/news/1005-03.asp

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