La bellezza dà sicurezza. Ma è davvero così?

bellezza

La bellezza, senza indugiare in ulteriori perifrasi, è un argomento ampissimo.Sarebbe utopistico, quindi, se non impossibile, pretendere di esaurire il tema sotto tutti i suoi profili. D’altro canto, proprio perché siamo un portale di bellezza possiamo lasciar spaziare lo sguardo un po’ oltre la linea dell’orizzonte ove generalmente si è soliti fermarsi.

Qualità etiche e aspetto estetico

Cos’è allora che fa di una persona, una persona bella? È il suo aspetto, certo. Ma cos’altro? Se l’aspetto esteriore fosse tutto, avremmo a che fare solo con modelli di appetibilità, sagome, profili, matrici da emulare: immagini. Al contrario, siamo tutti convinti che ad elargire una marcia al bello sia la felicità e la solarità, variabili date dalla sicurezza di sé. Una persona bella è una persona sicura di sé. Dunque, una sua qualità interiore.

Ora, domandiamoci, questa qualità è forse ottenibile passando per un intervento chirurgico o una tecnica di ringiovanimento, quasi come se il tempo ci defraudasse della nostra pienezza e senso di auto-efficacia? In molti sono convinti di sì. Noi siamo un pochino più scettici. Non neghiamo che l’aspetto fisico vanti un peso ineludibile sul piano delle relazioni interpersonali; tuttavia, siamo altrettanto consapevoli che l’intervento estetico, da solo, non è capace di elargire al soggetto ciò che autonomamente non è stato capace di costruire.

Apparenza e sostanza, che cos’è la bellezza?

A dispetto di quanto pretestuosamente sottolineano certe eminenze dell’estetica, la correzione è semmai l’ultimo tassello, il coronamento di un percorso principiato a ben più decisive profondità.

V’è una bellezza, infatti, che lo specchio non restituisce, ma che a ben guardare è la sola a potersi definire imperitura, realmente capace di durare nel tempo. E questa categoria di bellezza non la si trova a listino, va costruita.

Abbiamo il dovere di ricordarlo, perché al di là della deontologia v’è l’etica. E sostenere lo sguardo animati da quest’etica, che forse molto più semplicemente è solo un sinonimo del buon senso e di civiltà, porta ad intercettare questioni che solitamente sono marginalizzate se non quando escluse da gran parte dei discorsi sul bello. Una di queste è: la felicità è insita nella bellezza? Oppure: il successo è la derivata prima dell’apparenza? Parrebbe di sì. O perlomeno, questo è quanto ci vende l’industria dello spettacolo.

La forza di Lizzie

A riprova però di quanto tutto ciò sia solo uno stereotipo puntualmente smentito dalla realtà, subentra la storia di Elizabeth Ann Velàsquez, meglio conosciuta come Lizzie, o ancor più banalmente “The World’s Ugliest Woman”.

Lizzie è una ragazza di quasi 30 anni, originaria del Texas, ed in vita non ha mai superato il 28 chilogrammi di peso. Per di più, poiché il suo organismo è incapace di accumulare grassi a causa di una rara sindrome prenatale, è costretta ad alimentarsi ogni 15 minuti. Lizzie, in tenera età perde la vista da un occhio ed il secondo è tutt’ora fortemente compromesso. Il suo sistema immunitario reca una debolezza cronica e sin dall’infanzia la ragazza è costretta a fare i conti con i più tremendi epiteti affibbiati dalla gente. Lei stessa lo racconta in uno dei più recenti video.

Un esempio di sicurezza

Questa è Lizzie. Si direbbe (se è vero quanto riportato dai mantra dell’industria della gradevolezza), una donna infelice e insicura perché intrappolata in un corpo che da sempre la stigmatiza.

Tutto al contrario. Lizzie è una roccia. Una motivational speaker. In altre parole, aiuta le persone con difficoltà a ritrovarsi, a nutrire fiducia in sé stesse, a coltivarsi.

Lizzie invita il suo pubblico a domandarsi che cosa realmente definisca quel che siamo. Quanto pesi il giudizio dell’alterità, in cosa consista e su cosa si soffermi. 

La sfida dei nostri tempi

Un mondo di matrici e modelli di perfezione, di “star” che debbono costantemente risultare all’altezza delle proprie pellicole, può dirsi libero di declinare una rappresentazione dell’io quanto più fedele a quel che si vorrebbe comunicare? O siamo piuttosto prigionieri del dictat della gradevolezza?

La sfida dei nostri tempi è costruirci nell’intimità prima ancora che restaurarci esteriormente. Solo così può intervenire efficacemente l’estetica, il potere demiurgico della chirurgia estetica. L’estetica è questione di gradevolezza esteriore. Dev’esserle chiesto soltanto quello, perché quello è il suo dominio applicativo: restituire una forma, ristrutturare un volume; non creare ex novo un’essenza.