Tormentate rappresentazioni del Bello

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Una questione di vedute?

La letteratura e l’arte da sempre celebrano e criticano con talento il bello e la ricerca della bellezza per un tempo indefinito: uno fra i più grandi e strazianti (perché irrealizzabile) desideri dell’essere umano.

L’età e l’etica

Ed è così che molti libri accolgono fra le pagine esempi di uomini e donne caratterizzati da angosce e cadute veicolate esattamente da una siffatta mira; ovvero, dal tentativo di ingannare il tempo ed i suoi segni, affinché l’età biologica nulla possa dire circa l’età biografica. Personaggi, dunque, talvolta insospettabili e ingenui, tal altra più torbidi, ma comunque ammaliati dalla suggestione estetica a prescindere dalle implicazioni morali.

Dorian Gray

Probabilmente, uno fra i più noti ed abusati esempi è il romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray. Qui, il protagonista si fa realizzazione pratica del culto per la bellezza e insieme emblema della dissolutezza. Il paradosso artistico che anima la trama, ossia il porre la vita ad imitazione dell’arte (anziché viceversa), muove infatti dal ritratto del protagonista che recandone la corruzione morale, si ritrova a decadere in sua vece. Il romanzo sbugiarda l’ossessione per l’apparenza a discapito dell’essere, della bellezza interiore. Il giovane Dorian, serba perciò nascosto agli occhi di tutti un mostruoso Gray.

Narciso

Scavando ancor più indietro nella letteratura vi sono anche esempi “meno fortunati”. Nei miti, addirittura tragici. E chi è Narciso se non una figura abbandonata – senza ancore di salvezza – al proprio autocompiacimento? Un personaggio punito per aver disdegnato l’altrui affetto, il quale giunge ad innamorarsi del proprio volto riflesso nell’acqua: effige in cui precipita ed affoga.

Il cinema moderno

Il cinema, ovviamente, non è stato da meno, cimentandosi a sua volta nella rappresentazione conflittuale e tormentata della bellezza. Basti pensare, pescando in esempi correnti, al film di Sorrentino La grande bellezza. In quest’opera emerge con prepotenza struggente tutto il decadentismo della moderna borghesia, della sessualità e quindi del Bello che diviene volgare dacché privo di una struttura morale. Nella modernità, il messaggio è evidente, parlando di bellezza non per forza si scomoda l’etica.

Qualità fisiche e interiori

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All’aforisma preferito dall’oracolo di Delfi “Il più giusto è il più bello”, subentra spesso l’adagio “il più bello è il più giusto”. Nell’antica Grecia, e parimenti per Dante e Shakespeare, la bellezza poteva dirsi sinonimo di spontaneità della forma, dunque di sincerità della sostanza. Progressivamente però la manipolazione tecnica del corpo ne ha messo in dubbio la connessione diretta all’equilibrio e alla moderazione.

Lo sguardo della bellezza

Che cos’è allora la celebrazione della bellezza, oggi? Se in essa non per forza risiede il seme dell’eticità, è forse una paura dell’impermanenza? Una maschera che dissimula doti che non si possiedono e attribuisce qualità che parimenti mancano?

Forse non dovremmo ridurre il dibattito ad una piatta e univoca definizione del Bello. Il punto fondamentale, infatti, non è cercare di ricordare cosa fosse bello ieri e sostituirlo a quello di oggi. Anziché chiudere e confinare la bellezza una volta per tutte, dovremmo invece chiederci dove il bello ci porti a guardare, a cosa attribuisca una priorità.

Utile o Bello?

La bellezza di Dostoevskij, nel romanzo L’idiota, in effetti, è tutto fuorché un diversivo rispetto alla presa in carico di temi profondi. Essa non è un paraocchi. La bellezza, nella sua verità morale, sganciata dall’utile, dallo strumentale, per l’autore (interpretandone l’ermetismo) riporta agli occhi l’essenziale, e così salva il mondo!

Non a caso era lo stesso Theophile Gautier, a scrivere, “solo un utilitarista potrebbe piantare cavoli al posto di tulipani”. Oppure, “ben potrei tollerare una scarpa scucita, affatto un verso mal rimato”…