Estetica e Donna: il corpo femminile nella Storia

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Il prototipo estetico come termometro della temperatura sociale

L’archetipo del corpo femminile, nel corso delle epoche storiche ha conosciuto varie sfumature nello spettro cromatico della perfezione estetica.

Il corpo della donna

La cultura con le sue norme, leggi, etichette e credo; quindi con la pittura, poi la fotografia e infine il cinema, è stata lo specchio dei corpi nel loro divenire.

In società prevalentemente androcentriche e patriarcali, quanto nella rappresentazione dell’archetipo femminile” appartiene autenticamente all’immaginario della donna, e quanto invece deve dirsi riflesso di una logica maschilista?

Un viaggio indietro nel tempo…

Per iniziare a focalizzare l’attenzione sulla relatività di ciascun canone di perfezione femminile, è sufficiente rifarsi ad un interessante video disponibile su youtube, intitolato: Women’s Ideal Body Types Throughout History.

 Un cast di modelle mostra gli archetipi della bellezza, la loro mutagenesi nel corso della storia. E allora, facciamo anche noi una carrellata.

Antico Egitto

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Fig.1

Incontriamo anzitutto la rappresentazione della perfezione femminile nell’antico Egitto. E ci ritroviamo a cospetto di un corpo slanciato, dal petto alto ma non eccessivamente pronunciato. Il prototipo della bellezza era perciò la regalità essenziale restituita da simmetrie aggraziate, volumi e proiezioni moderate, senza profondità o torniture particolarmente in rilievo. Difficile spingersi oltre su considerazioni e inclinazioni della donna “perfetta” per l’epoca; e tuttavia, senza scomodare Nefertiti o Cleopatra, sta di fatto che non mancavano esempi di figure femminili ai vertici delle istituzioni.

Grecia Antica

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Fig.2

Primo grande rovesciamento nei canoni prototipici della “perfezione femminile” (500 – 300 a.C.). La moglie del capo famiglia, l’uomo libero, altro non era infatti che un complemento la cui giurisdizione si limitava all’apparato domestico. L’unico a poter esprimere il proprio suffragio nell’Agora, infatti, era il marito.

Ma veniamo alla rappresentazione del femminile nell’arte greca. Cosa notiamo? Di sicuro, un corpo celebrato per le forme generose sebbene non esageratamente prominenti. L’ideale della floridezza e della fecondità: e non a caso, il ruolo della donna era in primis quello di assicurare al marito una prole ben educata. Il colorito della pelle era tenue, dunque implicitamente restituito dal tempo trascorso a rigovernare la casa.

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Fig.3

Dinastia Han

Muovendo un passo verso oriente, incontriamo il prototipo di femminilità ideale nella Dinastia Han Cinese (206 a.C. – 220 d.C.); contesto nel quale la donna era generalmente sottomessa al marito nel nome delle virtù d’obbedienza. Parimenti lo stile di quest’ultima si esprimeva in modi discreti, contenuti e umili. Statura minuta, petto fasciato e perciò appena accennato, piede piccolo (parimenti fasciato e costretto), pelle dal colorito tenue, sono la conferma di un canone volto a legittimare un ordine sociale assai costrittivo per la donna. Una donna considerata solo se pura, bianca come una luna, espressione della castità che andava preservata per il marito, lo stesso a cui doveva mantenersi devota attraverso una ferrea disciplina ai limiti della tortura psicologica.

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Fig.4

Rinascimento italiano

Un notevole ed arbitrario salto temporale ci porta al Rinascimento italiano (1400-1700). E sebbene sia ancora il matrimonio o la famiglia d’appartenenza a stabilire il destino di una donna e la sua possibilità d’emergere, nonché sebbene anche le risorse investite nell’educazione femminile siano inferiori rispetto a quelle maschili, essa fa il suo lento ingresso nella scena politica. Al contempo si conferma ideale di bontà nella letteratura, e dunque celebrata esteticamente – come già faceva il Dolce stil novo – quale simbolo di sincerità e purezza d’animo veicolata nella spontaneità e nella grazia delle forme.

L’arte, ad ogni modo, celebra il prototipo di bellezza femminile derivandolo dal rango, dunque dall’agio: petti abbondanti, fianchi pieni e generosi, ventre rotondeggiante e volto che noi oggi definiremmo “paffuto”. Pelle luminosa ma non abbronzata, accesa di un rosa levigato che ne enfatizza la pienezza.

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Fig.5

Inghilterra Vittoriana

Non di molto differente è l’archetipo di bellezza della donna inglese nel periodo Vittoriano (1837-1901). Il suo corpo è un tempio devoto alla casa, di cui sa essere degna custode, e obbediente al marito, di cui è proprietà. L’ideale della perfezione celebrata nell’arte e nella letteratura restituiscono dunque figure dai lineamenti sinuosi, senza spigolosità ossee, con un ampio bacino ma di petto e giro vita assai stretti (qualità che il corsetto intende garantire a costo dello svenimento).

Così come nella vita, l’atteggiamento della “donna bella” per antonomasia doveva essere discreto, composto, austero.

Anni Venti del ‘900

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Fig.6

Basta proiettarci in avanti di appena qualche anno per notare i primi grandi segni di cambiamento. Gli orli dei vestiti si accorciano, così come le capigliature. Allo stesso tempo, anche l’età che incarna lo zenit della bellezza si abbassa. Dalla donna matura e responsabile si migra verso il “flapper style” della ragazza emancipata, scaltra e allegra. Subentra il tubino, non a fasciare ma a cadere su di un corpo magro, asciutto, senza forme di rilievo. E poi spuntano cappelli audaci e gambe “bene” in mostra. Il trucco medesimo si fa intrepido, specie sulle labbra.

La donna, più concretamente, principia a ribellarsi ai canoni maschili, ibridando i generi. Sorprende l’uomo nei locali jazz, alla guida, accostandosi al fumo e all’alcool.

L’età d’oro di Hollywood (1930-1950)

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Fig.7

Spopola Marylin Monroe, e con lei l’ideale dell’appetibilità come donna sempre divertita e, diciamolo, anche un po’ ingenua. Il maschio ricerca il seno abbondante ed un corpo “curvy”, procace. Le donne desiderano una figura a clessidra. È l’epoca del benessere e del boom economico. E le donne fanno il loro grande ingresso nel mondo lavorativo. In esse cresce la consapevolezza connessa ad un ruolo storicamente subordinato ed estromesso. L’immagine che Hollywood diffonde, perciò, può essere letta anche come un tentativo di arginare un fenomeno che procede inarrestabile, dunque come l’intenzione di proporre un canone femminile compiacente e rassicurante, che seduca il maschio, si prenda i suoi spazi, ma pur sempre ad esso si rifaccia.

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Fig.8

Anni ‘60

Il decennio 1960-1970 è un decennio di profondo rinnovamento. Nasce la minigonna, si consolida la “beat generation”, prende forma la cultura alternativa degli hippies che scardina il pensiero monolitico e guerrafondaio del capitalismo. Le donne ottengono il divorzio e viene posta fine alla differenza di trattamento per l’adulterio femminile rispetto a quello maschile.

In tutto questo, come si presenta dunque il prototipo della bellezza femminile? Gambe affusolate e molto magre, fisico sostanzialmente asciutto, trucco audace o – all’inverso – assenza di trucco. La posa ed il vestiario cessano di ricercare l’appagamento dell’appetito maschile attraverso lo sguardo. 

Età delle super-modelle (1980)

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Fig.9

L’emancipazione femminile rivendica l’appropriazione dell’erotismo afferrando il coltello dalla parte del manico. La femminilità prende parte con consapevolezza al gioco della disponibilità. Vende prodotti facendoli passare attraverso di sé. Paradossalmente, perciò, il fisico tende ad essere massimamente esibito proprio per il maschio, a dispetto delle grandi promesse sessantottine (o forse proprio grazie ad esse).

Sta di fatto che il prototipo della bellezza va collocandosi sempre più nell’inattingibile per la donna media: ossia nel regno della supermodella pagata unicamente per esibire un corpo atletico, tornito, scultoreo, dai volumi sodi.  

Modernità

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Fig.10

Nell’età consumista a pieno regime, nel mondo del benessere e dei fast food, dell’obesità dilagante, succede in maniera ossimorica il leit motive dell’anoressia. I canoni della bellezza si rifanno a toni della pelle emaciati, dal pallore estremo, al limite del cianotico. Il trucco, parimenti, non intende correggere la manifestazione della magrezza eccessiva ma semmai tende a sottolinearlo. Il corpo è dimesso, senza tracce di rotondità. La moda non si spinge oltre certe taglie, vestendo ossa più che corpi. 

Oggi

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Fig.11

Per la prima volta nella storia, in maniera più che mai decisiva, il modello di riferimento si fa radicalmente idealistico, affatto emulabile. Il “bello” non è più un archetipo ma una funzione asintotica, volutamente ammiccante alla mediocrità ma mai ottenibile. Subentra così in maniera decisa il ritocco post-produzione ed il vero e proprio ritocco di chirurgia estetica. La bellezza cessa di farsi espressione di uno stile morale, si riduce alla carica erotica, eventualmente, all’autocompiacimento.

E la bellezza ripiega su sé stessa, si fa narcisista. Perciò, tristemente ancor più vana.

Non esiste emancipazione nel narcisismo.

 

Immagini:

Fig.1: 00:19

Fig.2: 00:21

Fig.3: 00:37

Fig.4: 00:52

Fig.5: 01:07

Fig.6: 01:24

Fig.7: 01:35

Fig.8: 02:01

Fig.9: 02:08

Fig.10: 02:22

Fig.11: 02:40 https://youtu.be/Xrp0zJZu0a4