Rio 2016: la bellezza del gesto atletico

Rio 2016

Corpo a corpo con sé stessi, faccia a faccia con un’opera d’arte

Al via le Olimpiadi di Rio 2016: liturgia dello sport. La fiaccola arde alta sul braciere, dopo aver fatto il giro del mondo. Dalle rovine del tempio di Era (in Grecia) alla meta dei giochi; il cerchio si chiude.

Col linguaggio universale del corpo in azione ogni atleta è legato ai suoi precessori e ai futuri partecipanti. E non potrebbe essere diversamente, dacché lo sport è di per sè una complessa alchimia di tradizione e innovazione, cultura e istintualità, competizione e solidarietà. E tutto ciò non è retorica; una volta tanto, non lo è. 

Armonia di gesti e concerto di forme a Rio 2016

I corpi che danno vita alla competizione sono tanti e diversi, sia per i colori che indossano, sia per la costituzione. Parrebbe strano, perciò, unire sotto la stessa fiamma l’eccellenza del maratoneta, con le sue forme spigolose e minute, e la stazza imponente del lanciatore del disco. Eppure, anche due corpi così remoti sono simili. Simili perché uniti dallo stesso zodiaco: la bellezza del gesto atletico.

Ora, però, qualcuno dirà: il bel gesto non è sufficiente per vincere la gara. Si pensi al calcio. Ed è così. Specialmente nella nostra epoca moderna, ove gran parte dello sport è segnato dalla preponderanza del risultato.

Fortunatamente, esistono ancora scorci sul bello a cui rivolgersi per respirare boccate d’entusiasmo e ammirazione.

La fisicità del corpo che si fa segno astratto

Le olimpiadi sono forse il palcoscenico più importante della bellezza. È difficile infatti che ad una brutta prestazione segua un risultato importante. Di più: vi sono discipline valutate esattamente per il dato estetico, dunque per il grado di pulizia o perfezione con cui il gesto atletico in sé giunge a compimento. In altre parole, sport come i tuffi o la ginnastica o il nuoto sincronizzato, solo per citarne alcuni, antepongono su tutto l’uso del corpo.

Ma facciamo una carrellata su quest’uso del corpo come viscerale compendio e testimonianza di bellezza.

Tuffi

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L’atleta visita una dimensione del tempo e dello spazio difficile da apprezzare pienamente se non in slow motion. Infatti, in pochi secondi, questi stacca dal trampolino (o pedana), si libra in aria, esegue una serie più o meno articolata di evoluzioni, e dunque impatta con l’acqua nella maniera più aerodinamica. In sostanza, il corpo dell’atleta si pone nelle condizioni meno agevoli per incontrare l’acqua, ma un attimo prima dell’impatto si salva con destrezza e inventa l’angolo ideale.

La giuria deve valutare propriamente questo processo estetico; in primis l’elevazione dell’atleta, dunque la corretta esecuzione delle capriole, e infine la risoluzione del moto, l’angolo d’entrata nel fluido. Tanto più l’angolo sarà abbondante o scarso, e cioè superiore o inferiore ai 90° e tanto più alti saranno gli spruzzi.

Il tuffo è allora la metafora dell’evoluzione, ciò che in caduta libera riesce a trovare il coraggio di fiorire. I tuffi sono la filosofia del tao.  

Ginnastica

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Una disciplina composta da due specializzazioni o ambiti d’applicazione. Quella artistica, estroflessa a sua volta nel volteggio, nel corpo libero e negli attrezzi; e quella ritmica, condotta a tempo di musica, esclusivamente femminile, e manifestata con 5 elementi di composizione (la palla, il nastro, le clave, la fune ed il cerchio).

Il corpo dell’atleta deve esprimere forza e potenza, ma anche destrezza, flessibilità, plasticità. Si conforma pertanto come totalmente consapevole di sé e perciò libero di creare altro da sé: nuove forme, idee, stili, linguaggi.

Ogni passo è contato, ogni muscolo subentra al momento giusto, al tempo giusto. 

 

L’atleta aspira a raccontare non già sé medesimo mediante un percorso prestabilito di gesti, ma l’idealtipo universale radicandolo nella specificità della propria carne.

La ginnastica è dunque un messaggio immanente e insieme una nota metafisica, un ammiccamento non già didascalico ma estetico al platonismo. 

Trampolino elastico

Il rimbalzo restituisce ben altro rispetto al tentativo di raggiungere altezze irrealistiche per svettare su tutto e su tutti. Esemplifica l’inscriversi in uno spazio di creazione sganciato da ogni vincolo tranne che dal peso del corpo. 

Fra rotazioni intorno all’asse e salti, l’atleta viene proiettato verso l’alto sino ad otto metri. Di conseguenza, ciò richiede fermezza e grande sangue freddo al di là della precisione e della pulizia nei movimenti. Il saltatore non ha bisogno di raggiungere la Luna per dimostrare il proprio valore. Anzi, è ben consapevole del fatto che più si sale e più ci si fa piccoli. In ultima, sa che è molto più importante il saper cadere che meramente ricercare l’altezza. L’atleta ha fatto sua la famosa massima di Calvino “bisogna imparare la leggerezza; leggerezza che non è superficialità, ma saper planare sulle cose dall’alto.”

Nuoto sincronizzato

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La formazione scende in acqua per inventare forme, rimandi astratti legati dalla sincronia. In altri termini, è il gruppo ad esprimere la bellezza di un gesto che altrimenti di per sé ben poco riuscirebbe a veicolare.

Nella differenza, l’uguaglianza. Il talento di non annullarsi: l’anelo ad emergere. Nel gesto pressoché identico e se vogliamo apparentemente accessorio emerge l’assoluta insostituibilità del singolo.

Per di più, gli atleti non hanno possibilità di contemplarsi, di sostare a rimirarsi, di lavorare per sé stessi. Piuttosto, notiamo questa “spinta” nel mutuo desiderio delle atlete di valorizzarsi a vicenda. L’atleta asseconda i tempi della vicina, affinché a sua volta questa possa meglio rilanciarsi. 

Infine, le nuotatrici, collocate a testa in giù nel silenzio, non odono che stralci della loro musica.

Il nuoto sincronizzato è dunque forse la più complessa metafora della tensione dell’essere umano verso ciò che non conosce ma che pur sente intorno a sé. È la voglia di regalare bellezza, con generosità, a piene mani, pur sapendo che mai se ne godrà in prima persona il frutto.