Terapia del silenzio: ascoltiamo la voce del cosmo

terapia del silenzio

In viaggio verso la serenità

Il silenzio è un’esperienza di pienezza a cui non siamo più abituati, e che perciò equipariamo allo sbadiglio della vacuità, al vuoto. In verità, pur annegato nel rumore, fatto a pezzi nel trambusto, scovato persino dietro alle nuvole e colpito dalle pale degli aerei, seppellito in sempre più sparute enclave come cimiteri e foreste (Le Breton, 2016), ebbene in verità fa da sottofondo a tutte le esperienze dell’uomo… perché è lui “l’esperienza originaria”, così si pronunciava Tiziano Terzani.

Terzani colse nel segno; merito anche di trent’anni d’Asia.

Il silenzio è il messaggio

Il silenzio, capì Terzani, è molte cose: un significato millenario, forse il primo segno su cui si stagliano tutte le altre possibilità percepibili dai sensi. Senza silenzio non potremmo parlare. Non potremmo parlarci, fare musica. Il silenzio è dunque molto di più di una mera assenza di stimoli, dobbiamo chiarirlo sin da principio; rischieremmo altrimenti di scambiarlo per chiusura, per autoreferenzialità o peggio per merce rara in vendita ai confini del mondo, ai margini delle caotiche capitali. Al pari, però, silenzio non è nemmeno desolazione. Non è periferia, abbandono o fuga. Non è assenza. Il silenzio è presenza.

Il silenzio è il messaggio, tutto il resto è punteggiatura. Ogni voce, da quella delle pietre a quella degli alberi, se ne alimenta e lo rende udibile.

Una scelta di pienezza: terapia del silenzio

Spesso capita di fraintendere la terapia del silenzio. Essa è infatti (o quantomeno dovrebbe esserlo) molto di più di uno stato di passivo rilassamento. Si tratta di porsi attivamente in ascolto, percepire il richiamo ad essere, alla condizione di creatura, e poter così intuire il cosmo per analogia, ossia mediante un linguaggio di cui abbiamo smarrito il codice ma nel quale tutto è pur sempre segno e indicazione.

terapia del silenzioBalsamo e cura

In altri termini, per farsi curare dal silenzio non basta crogiolarsi.

Curare da cosa? Dalla distrazione, dalla fretta, dalla noia che per assurdo porta con sé proprio un quotidiano straripante di innovazioni prive di novità.  Crogiolarsi in che senso? Nel senso di giacere sul divano oppure più semplicemente a letto con computer e smartphone spenti, senza uno stato mentale vigile, accorto, responsivo e ricettivo.

La terapia del silenzio è una scelta, una condizione dell’io e non una mera risultanza del giacere. Consiste, questo sì, nel ritagliarsi spazi al di là del rumore, della confusione, ma ciò non allo scopo di fuggire da ansie e problemi quanto per immergersi in sé stessi e reperire la predisposizione e la forza per affrontarli.

Il silenzio, pertanto, non è vuoto. Non è metafora del distacco da sé e dal mondo. Il silenzio è partecipazione, è consapevolezza che ogni elemento è basilare, parte del tutto. Stare in silenzio è osservare il mistero di quel che ci circonda, avere nuovi occhi e osservare con meraviglia. Se noi moderni – col silenzio – sappiamo andar d’accordo sempre meno è perché abbiamo perso l’abitudine e il piacere di confrontarcisi. Siamo avvezzi ad un brusio costante fatto di colpi di clacson, rombo di motori udibile a chilometri di distanza e poi musica nelle corsie dei supermercati, di televisione accesa, e via dicendo.

E quand’è che cala finalmente il silenzio? Quand’è che lo specchio d’acqua può farsi sereno, il sedimento depositare e la soluzione rendersi trasparente? Molto di rado, forse mai se non sappiamo cercare, intendere o peggio se temiamo il silenzio.terapia del silenzio

Cos’è il silenzio?

Il silenzio è equilibrio e somma di suoni, non solo un intervallo fra parole. Nella natura, silenzio è vento fra i rami, richiamo animale, ruscellare d’acqua. Il silenzio è il respiro del mare la notte, quando il buio soffia da lontananze inaccessibili e noi ci troviamo seduti sulla spiagga, d’estate, a cospetto di quella vastità, a scoprire che in fondo non siamo poi tanto grandi. Silenzio è anche il rimbombo del sonno, una pace che entra dappertutto, che pervade e guarisce.

Il silenzio, ci ricorda Terzani, è insomma un suono e non uno spazio vuoto. Potente. Meravioglioso. E lui lo immaginò in maniera calzante come un enorme pesce che cantava sul fondo del mare. Quale immagine più bella? Questione di orecchio: la canzone c’è, esiste. Spetta a noi la volontà di riscoprirla e darle spazio. 

Essenzialmente, se c’è silenzio è perché si è soli, a cospetto di sé stessi. Ma sia chiaro: si può tacere splendidamente anche in due o più persone. Anzi, tacere con altre persone senza sentirsi a disagio è fra le esperienze più belle e profonde che si possano fare.

L’amore, l’amicizia e l’affetto sono autentici quando sanno fare a meno anche delle parole. Si “tace bene” solo con chi si ha un legame profondo e maturo.

È nostra infatti la gran trovata che più parole, più comunicazione, più apparati e più informazione, più chiacchiere, siano per forza sinonimo di maggiore comprensione, vicinanza e intesa.

Senza silenzio in verità non si sente, e le parole vanno in cortocircuito. Se tutti parlano, nessuno ascolta.

Capire il silenzio

Terzani, all’interno di un suo libro, ci racconta una fra le più significative storie in materia di silenzio e del relativo valore maieutico (e cioè della facoltà di levatrice nei confronti delle doti umane).

Un re si reca nella foresta da un rishi (figura indiana del saggio per antonomasia) e vi si reca portando una domanda: qual è la natura del sé? Il rishi, interpellato, tace. Il re allora ripete la domanda, ma il rishi non dice nulla. Il re, spazientito per l’affronto, domanda ancora. Nessuna risposta. Infine sbotta, pretende spiegazioni. Il rishi finalmente parla: per tre volte ti ho risposto, ma tu non ascolti; dice.

La natura del sé è il silenzio.

Nella sostanza, solo tacendo e ascoltando si può accedere al nucleo dell’identità, comprendere sé stessi.

Il silenzio non è la stasi, l’ammollo per una mente senza pensieri, ma la condizione di una mente che pensa senza distrazioni, che segue liberamente i suoi fili e si calma. I pensieri che ci visitano nel silenzio possono essere meglio osservati e perciò più difficilmente fraintesi. Una persona che ha imparato ad andare d’accordo con sé stessa, che ha fatto pace coi propri confilitti, ama il silenzio… ci sta bene dentro come in una stanza ricca di stimoli, affatto spoglia.

terapia del silenzioMai come oggi perciò, aggiungeva Terzani, avremmo bisogno di maestri di silenzio. Ne avremmo bisogno perché la lezione è difficile.

Educazione e silenzio

La medesima filosofia occidentale si ritrova abbastanza impreparata in tal senso. Possediamo un corpo teorico vasto, portato avanti da grandi pensatori e (oggi) grandi chiacchieroni con intelletti assai poco inclini al tacere. Lo si nota ormai ovunque. Per assurdo, si ascolta non per ascoltare ma per replicare e far valere la propria ragione.

La conoscenza, tuttavia, ed è evidente, principia dallo stare zitti. Dal silenzio si impara a parlare. Dal silenzio si impara a pensare: davanti al silenzio sorgono domande abissali. Su tutte: chi siamo? Non come specie, ma chi siamo noi come soggetti… ognuno, singolarmente, con la propria storia e il proprio passato.

terapia del silenzioLa terapia del silenzio è dunque la ricerca di uno stato in cui si possa non essere distratti o costantemente distolti, disarcionati e trascinati in superficie, nella superficialità. Soprattutto, la terapia del silenzio consiste nello sforzo attivo di uscire da un immaginario calcificato e fossile, che si ciba di luoghi comuni e non ama che quanto gli si dice di amare, pensare, desiderare… comprare.

Stare zitti è un cimento su sé stessi. Dobbiamo prestare ascolto, ascoltare di più e autenticamente. Parlare di meno: una forma di rispetto e di contemplazione della bellezza specie quando facciamo ingresso nel mondo naturale.

Il silenzio è la fase matura (che non vuol dire noiosa e boriosa) dell’esistenza. Una scelta di benessere e di qualità per arginare lo sproloquio: per mettere a fuoco la realtà; e se necessario, dopo aver riflettuto, cambiare le parole, le storie che ci raccontiamo… in tempo utile, si spera.

Terapia del silenzio “a livello pratico”

  1. Iniziamo scegliendo un momento della giornata in cui sapremo che ci sarà possibile intraprendere un percorso di silenzio senza interruzioni o distrazioni. Sarà sufficiente mezzora o un’ora.
  2. A quel punto, prendiamo in considerazione l’idea di una bella passeggiata all’aria aperta, in un parco o nel verde. Scegliamo perciò un luogo tranquillo.
  3. Principiamo a riflettere per esempio sulla nostra condizione attuale: siamo soddisfatti? Perché? Che cos’è che non ci piace? Dipende da noi? Siamo noi il problema? Se sì, che cos’è che ci ha portati a divenire i “sabotatori” di noi stessi?

Camminare aiuterà a dare un passo, una cadenza, ai pensieri. Aiuterà a rilassarci, ci darà la possibilità di osservare senza fretta. Ascoltare i suoni della natura. Reperire fiducia, costruire risposte.

terapia del silenzioProgressivamente, allunghiamo il nostro momento di raccoglimento. Scopriremo presto l’enorme potere del silenzio e la forza che è in grado di infondere.

Maestro dei sensi

Lo stadio finale è rappresentato dal classico giorno intero (24 ore) di silenzio. Un esercizio di volontà certo non banale, ma che vi porterà a considerare con grande lucidità il peso delle parole. Vi renderete conto di quante se ne usano superficialmente, o peggio quante se ne spendono per camuffare o attenuare il peso di certe azioni compiute o ancora lenire l’apparente indifferenza del mondo (che più semplicemente, ci trascende).

Le parole non sono sempre sincere. Spesso manipolano. Il silenzio invece non è uno strumento. Il silenzio è un maestro. Apparentemente, ma solo apparentemente, dalla grande severità. Un maestro dei sensi, scrive David Le Breton in un libro straordinario e potentissimo: Sovranità del silenzio.

Una lettura che ci sentiamo di consigliare vivamente a tutti voi.

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