Rifiuti come ridurli: 12 spunti concreti per agire subito

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Perché una scelta responsabile conviene a tutti

Quand’è che il cibo si trasforma in “quantità” di rifiuti? E quando un oggetto può considerarsi “roba da discarica”?

Ebbene, senza quasi rendercene conto ogni giorno grandi quantità di materiale passano dal tavolo alla pattumiera. A tutta prima, diventano “scarti” gli incartamenti che sullo scaffale ci invogliavano all’acquisto. Basta che gli involucri siano accatastati in un angolo della cucina, e tosto si fanno materiale “contaminato” (per quanto a sua volta nuovo di zecca e appena srotolato).

Il concetto di “rifiuto”

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Ivan Illich

Un pensatore dal calibro di Ivan Illich ci aiuta a comprendere meglio la genesi concettuale del “rifiuto”.

Il rifiuto, spiega Illich, nasce nella modernità. Per la precisione, quando un bene entrato in città come merce ne esce privato del suo potenziale commerciale. Pensiamo all’acqua. Dopo aver risciacquato i piatti ed averci sostenuti nelle più comuni attività viene pompato fuori come rifiuto. rifiuti

Per di più, spiega l’antropologo Franco La Cecla nel bel libro Non è cosa, quel che nel mondo ricco è un rifiuto, in quello povero è un serbatoio di risorse ancora utilizzabili.

Pensiamo alle discariche, al modo in cui l’ingegno e l’istinto di sopravvivenza del diseredato concorrono a ridare vita a quel che per noi era già “esausto”.

Immondizia e obsolescenza

Il rifiuto è perciò solo secondariamente una “cosa”. A tutta prima, è un simbolo. Una società tanto scrupolosa nel rendere obsoleti i propri manufatti nel più breve tempo possibile (obsolescenza programmata, cliccate sul link e date uno sguardo al servizio di Presa Diretta), che rende non-conveniente l’atto del riparare, ebbene si condanna ad essere letteralmente sepolta dal rifiuto.

La voce di Mike Anane

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Mike Anane, environmental journalist

Il tutto ovviamente per non richiamare il tremendo traffico legato all’immondizia elettronica; da tutto il mondo raggiunge le coste del Ghana a bordo delle navi container “spacciando l’immondizia per aiuti e doni”, come di recente ha peraltro testimoniato il programma in onda su Rai Tre, Presa Diretta. Riprendendo le parole del conduttore Riccardo Iacona (nel corso della puntata del 06 febbraio 2017, di cui riportiamo il link video in calce al pezzo), “Mike Ananeenviromental journalist – solo per il rischio che ha accettato e la coraggiosa lotta di denuncia al sistema relato alla discarica di Agbogbloshie meriterebbe il Pulitzer”.

Insomma, c’è chi riflette con cinismo ironico: se i romani e i greci avessero impiegato i nostri stessi sciagurati parametri per dare forma ai loro palazzi e ai loro oggetti d’uso comune, a noi non sarebbe pervenuto nulla.

Parola chiave: riciclo

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Aria in vendita a Pechino

Se per lungo tempo ci siamo abbandonati in via insipiente alla prassi cieca del consumo di risorse, oggi gradatamente le cose stanno cambiando. Sempre più uomini e donne fortunatamente iniziano a prendere contatto con la possibilità di crescita reale in termini di cura dell’ambiente. Si domandano infatti: può mai esservi maturità e benessere se, come avviene oggi a Pechino, nel nome di quello stesso progresso materiale che dovrebbe favorire ciascuno, sono imposte giornate in cui è vietato uscire di casa per i livelli intollerabili di smog? O se, sempre orbitando nella medesima paradigmatica capitale, siamo giunti a vendere nei supermercati l’aria fresca del Canada? Non è uno scherzo; siamo proprio arrivati a questo, a lasciarci annichilire e abbruttire nel nome di un racconto mitologico: quello che acutamente il filosofo Serge Latouche definirebbe “crescita economica fine a sè stessa”.

 

 

Pianeta finito, risorse finite

Posto dunque che in un mondo finito non esistono risorse infinite e che perciò se davvero vogliamo garantire un futuro auspicabile ai nostri figli dobbiamo prelevare meno, ebbene il primo gesto chiave consiste nella prassi virtuosa del cittadino medio. Chiedere meno, desiderare meno opulenza materiale.

In breve, a monte di ogni programma politico di tutela ambientale, il singolo cittadino ha ormai l’obbligo di cercare le informazioni attivamente (anzichè pretendere di risultare passivamente ben informato), per poi fare la differenza in termini di benessere proprio e altrui. Se pensiamo che negli oceani siamo giunti a ingenerare vere proprie isole d’immondizia galleggiante grandi come continenti (es: Pacific Trash Vortex)… forse è il caso di sentirci tutti chiamati in causa sin dall’immediato.

Come ridurre i rifiuti?

Qual è il primo passo? Consumare meno, è evidente. Riabilitare l’arte del riparare e non considerare un valore aggiunto il ricambio incalzante e delirante di quel che ancora funziona benissimo.

In secondo luogo, praticare una coscienziosa raccolta differenziata.

In una parola? Produrre meno rifiuti.

Vediamo come riuscirci in tutta semplicità: per l’ambiente e… si, persino per il portafoglio!

Posso pensarlo, posso farlo

Ricatturiamo il valore di quanto gettiamo. L’utopia del nucleo familiare deve essere: immondizia zero. Un mudra utile a rilanciare l’impegno di ciascun componente al fine di diventare sempre più competenti nelle scelte fra differenti stili di packaging al supermercato. In primis, diciamo no all’usa e getta. Dunque, impegniamoci a rispettare con rigore la raccolta differenziata. Ponderiamo sempre attentamente lo stato di confezionamento di quel che riponiamo nel carrello. Soprattutto, risparmiamoci la plastica. In merito ad un certo bene di consumo, la voce “confezionato singolarmente” da valore aggiunto deve divenire uno stigma.

Premiamo affinché ciò che non è possibile riciclare venga posto “fuori legge”.

Pezzo per pezzo, tutto deve essere riciclato. E quel che non lo potrà mai essere, come il polistirolo, semplicemente non acquistatelo. Ovvio, in gran parte degli imballaggi è ancora un must, ma pensate per esempio che a San Francisco da locali e catene di fast food sono sparite posate e bicchieri in plastica per essere rimpiazzati da contenitori e utensili in tutto e per tutto funzionali ai loro precursori sebbene realizzati con un derivato del mais biodegradabile al 100%. Domanda retorica: il polistirolo è tanto indispensabile? Leggiamo bene l’etichetta: boicottiamo con intelligenza le aziende incuranti verso la sostenibilità.

Optiamo per una raccolta differenziata “spinta”.

Ci risparmierà al pari dalla costruzione di costosi e dannosi inceneritori. Questi infatti non solo richiedono cifre altissime per poter essere realizzati ma addirittura è la loro stessa presenza a remare contro nella partita della sostenibilità. Omen nomen, l’inceneritore brucia letteralmente tutto. È un’alternativa alla discarica si, ma le ceneri tossiche richiedono zone adeguate allo smaltimento. Oltretutto, i prodotti bruciati non torneranno sul mercato e dunque per ogni nuovo bene prodotto servirà sempre nuovo petrolio, nuova plastica, nuove risorse. L’inceneritore è insomma un mostro affamato e il suo cibo alimenta la sua stessa fame senza placarla.

Ricicliamo le bottiglie d’acqua vuote…

…impiegandole come vasi o come nuovi contenitori (ad esempio per andare a prendere il latte agli appositi distributori). A dire il vero però, una prima mossa dovrebbe essere a tutta prima quella di non acquistare affatto l’acqua in bottiglia. Tutti sappiamo quel che significa il trasporto su ruota nonché i costi ambientali relati alla sintesi di nuove bottiglie. Ad ogni modo, se per qualche inappellabile motivo non poteste fare a meno di acquistare l’acqua in bottiglia, perlomeno boicottate i formati di piccole dimensioni (es: 500 ml) e cimentatevi in una corretta raccolta della plastoca. Sappiate inoltre che in commercio esistono anche dei cutter (tanto speciali quanto economici) atti a ridurre ciascuna bottiglia in un lungo filamento per gli usi più disparati. Non da ultimo… per trainare un’auto. Non ci credete? Date un occhio al video qui di lato.

Una volta al supermercato…

…scegliamo di non acquistare nuove shoppers. Portiamoci da casa le mitiche borse di tela ed usiamo sempre quelle.

Limitiamo l’acquisto di mono-porzioni.

Per quanto possano dirsi pratiche per l’utilizzatore, costituiscono in verità un costo assai elevato per l’ambiente. Sicché, meglio puntare ai noti “formato famiglia”, curandoci semmai di richiudere bene le confezioni dopo l’uso (così da mantenere il prodotto fresco o fragrante il più a lungo possibile). Nel caso dei biscotti, ad esempio, potreste ponderare di travasarli in una scatola di latta. Nel caso della carne, invece, di congelare le porzioni non impiegate all’immediato per porle dunque nel freezer.

Non poniamo nel carrello più di quanto immaginiamo d’aver bisogno.

Questo consiglio suona paradossalmente in antitesi con il precedente, in verità non è così. Vi sono infatti cibi particolarmente deperibili, come frutta e verdura, che è preferibile acquistare in relazione ad un loro consumo a breve termine. Il rischio altrimenti è quello che vadano a male nel frigorifero e passino direttamente dallo scaffale al compost.rifiuti

Scegliamo frutta e verdura “sfuse”.

Esatto, niente insalata in busta! Se per motivi di lavoro di solito puntate alle confezioni “take away”, sappiate che acquistando il tradizionale cespo riuscirete altresì a risparmiare. E la praticità? Semplice, acquistate una volta per tutte il cestino da pranzo in silicone (durevole e igienico) per preparare a casa, in anticipo, il vostro piatto salutare. Nota a margine, qualora nutriate ancora qualche resistenza, tenete a mente che quel che viene dalla terra di certo non raggiunge lo scaffale bello che lavato. Anzi, gran parte della pezzatura di frutta e verdura non lo raggiunge proprio dacché “pecca” quanto a parametri standard (sebbene organoletticamente ineccepibile). E allora, rendiate voi un pò di giustizia a questo sistema perverso. Fate sì che la carota non voli a priori nel secchio dell’immondizia solo perché più piccola o più grande di quanto la GDO prescrive.

Puntiamo sempre sul km zero e sul negozio di fiducia.

Non serve probabilmente specificare le ragioni per cui un frutto che deve ancora smaltire il jet lag è senza dubbio meno buono, equo e giusto di quello nostrano. In seconda battuta, occhio sempre all’etichetta. Sembra una barzelletta, ma ci siamo imbattuti in noci di origine veneta (e perciò battute da alberi nel nord Italia), confezionate al Sud e poi vendute in tutto lo stivale sino a ritornare al Nord…rifiuti

Anziché buttare vestiti e accessori in buono stato, doniamoli alle realtà di beneficienza.

Quel che non indossiamo più o che non fa più per noi diventerà una risposta di qualità per i più bisognosi.

Note di civiltà e buon senso:

non abbandoniamo mobilio ed elettrodomestici (da vedere la puntata di Presa Diretta del 06/02/2017 sulla “spazzatura elettronica” dal min. 01:32:26) ingombranti sulla strada: le isole ecologiche attendono a braccia aperte. Compriamo poi carta riciclata non sbiancata con cloro e riutilizziamo sempre i fogli stampati per prendere appunti o per la brutta copia. Restando in tema di carta, preferiamo – quando possibile – l’utilizzo della casella mail PEC per l’inoltro della documentazione.

Premiamo sempre le realtà produttrici “responsabili” comprando i loro prodotti.

In breve, si al biologico e no all’olio di palma, ai cosmetici che testano su animali e alle aziende che usano manodopera sottopagata. Per concludere, riciclato e usato devono divenire il nuovo mantra. Il messaggio sta lentamente penetrando il dominio della letteratura e perciò il commercio dei libri; speriamo che presto intercetti definitivamente anche vestiario e tecnologia.

Link utili:

Puntata di Presa Diretta del 06/02/2017, “Discarica di Agbogbloshie

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