Il cammino meditativo, per riscoprire il silenzio

cammino

Sani fisicamente e mentalmente, mens sana in corpore sano

Quanto a cammino, ci ricorda Mauro Corona: le più grandi scalate si compiono con le mani nelle tasche, su vette fatte centinaia, forse migliaia di volte, su dislivelli irrisori, lungo tracciati d’erba e sasso. Le più grandi scalate esigono passi studiati, condotti in leggerezza per sentieri sufficientemente elevati ma non troppo, verso luoghi da raggiungere senza affanno, per incontrare tronchi su cui sedere. Le più grandi scalate portano ad oasi o eremi che potrebbero stare giusto dietro l’angolo di casa, ma non importa: ciò che conta è che dischiudano attimi di ascolto, concedano spazi dove poter attendere il tramonto.

Cammino… dunque sono

Potremmo chiamare tutto ciò filosofia. Filosofia di cosa? Del camminare. E che cos’è la filosofia, a conti fatti, se non una lunga passeggiata in sé stessi? Dopotutto, il percorso filosofico nasce come materia itinerante, errante, peripatetica: da περίπατοι, i colonnati del ginnasio di Atene ove i grandi maestri ragionavano muovendo i piedi, percorrendo e ripercorrendo tragitti noti. Lo sapevano bene, loro, che il piede muove la mente più di quanto quest’ultima non imponga al primo la marcia!

Camminare acuisce i sensi, inoltra nei domini della spiritualità itinerante. Mantiene il corpo in salute. Fornisce la preziosa occasione di immegersi in esperienze nuove e guadagnare differenti prospettive. Ecco, pare che noi moderni ce lo siamo dimenticato. O meglio, abbastanza ingenuamente e con un po’ di presunzione ci siamo rintanati nell’automobile, abbiamo inventato distanze da percorrere a bordo di veicoli e relegato l’autopropulsione ad hobby, sport, rimedio salutistico, prescrizione medica per una pigrizia dilagante soprattutto a livello d’immaginario.

Performance o atto di meditazione?

Al posto del cammino come atto filosofico sono nati straordinari veicoli di consumo tecnico legati alla passeggiata: fit walk, nordic walking, scampagnate con i bastoni, eccetera…

Sguardo basso, fisso in avanti o a pochi metri avanti a sé. Diveniamo automi in marcia, cronometro ammanettato al polso, preceduti dal ticchettio in carbonio tipico del bastone che saggia la pietra.

Conta infatti la prestazione, la performance richiesta al corpo. Del genius loci, la magia del sentiero, non resta che una nota paesaggistica, un complemento accessorio fruito abbastanza distrattamente, sullo sfondo. E se si debbono bruciare calorie e grassi, d’altronde, non c’è tempo per soffermarsi a sfiorare una pietra, una corteccia: non è data deviazione se il tempo è tiranno e non concede attimi di sosta, tregue.

Ma nella fatica e nella sudata, del nostro atto filosofico, del più efficace balsamo per lo spirito, che cosa resta? Ora, non dobbiamo pensare che meditare implichi obbligatoriamente inerpicarsi per trame astruse o paludarsi in cogitazioni sui massimi sistemi.

Camminare con le mani nelle tasche agevola una particolare forma di meditazione che è quella legata alla sensibilità, a tutto quanto ci implica o interessa le persone a noi care.

camminoParliamo insomma di una meditazione che equivale al percorrere temi anzitutto in noi stessi. Una meditazione che nella sostanza è un atteggiamento, un porsi in ascolto, un tentativo di ricreare una consonanza con l’ambiente naturale e ritrovare quel che dei paesaggi sedimenta in noi.

A contatto con l’universo in se stessi

Questa primitiva e alta forma di meditazione tipicamente dischiusa dalla passeggiata contemplativa traduce l’invito a soffermarci sulle piccole cose, dare spazio alle ansie che tentiamo di nascondere, all’inespresso che merita di emergere. Meditare camminando è la forma catartica con cui mente e corpo entrano in contatto profondo. Il piede regola il passo, il sentiero conduce la mente a un sereno faccia a faccia con le proprie incertezze. A questo modo le ansie vengono mondate, esorcizzate passo dopo passo: a patto di inoltrarsi nella natura (è ovvio), non certo nei dedali del centro commerciale.

Basterà respirare e muovere un piede avanti all’altro per sciogliere persino le trame all’apparenza più fosche. Camminare fornisce il giusto tempo per elaborare questioni, dissipare angosce. Restituisce la giusta dimensione alle inezie che – relegate in disparte, non affrontate a causa della fretta sul lavoro o in famiglia – sono poi ingigantite sino ad assumere fogge e rilevanze che non certo meritano.

Si scoprirà parimenti che quando si è soli con se stessi in verità non si è mai realmente soli.

Chi ha letto Thoreau oppure Le Breton o ancora Michieli, rispettivamente Camminare, Il mondo a piedi e La vocazione di perdersi, sa bene di cosa stiamo parlando. Ad ogni passo ci si sente in armonia, in contatto autentico con quanto circonda, parte del tutto. E non potrebbe essere altrimenti: il cammino è terapeutico. Lo sostengono anche i medici: 30 minuti al giorno per vivere a lungo e in salute, studiare meglio, mangiare meglio, dormire meglio…

Già, ma camminare dove?

Siamo tutti d’accordo che quattro passi per le vie del centro consentono di guardare le vetrine e chiacchierare con i nostri conoscenti, ma ogni tanto bisognerebbe avere il coraggio (e diciamo coraggio per essere solidali con chi esita a cimentarsi in peregrinazioni nel bosco in compagnia di sé stesso) di cambiare strada, orizzonte… scarpe, e cioè calzatura affinché i pensieri più intimi possano arrampicarsi e raggiungere vette altrimenti irraggiungibili.

Lo scriveva Italo Calvino dopotutto:

Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.

Scegliete allora un posto dove respirare aria buona, a pieni polmoni. Cominciate con brevi tragitti e non preoccupatevi della meta: esplorate. Soffermatevi sui dettagli. Vi accorgerete ben presto che un luogo, per quanto visitato e rivisitato, non dirà mai le stesse cose. Lo stesso albero, incontrato nella nebbia, si fa sconosciuto. E se quel medesimo albero in estate concedeva ombra fresca, in inverno, trafitto di sole, abbaglierà le ciglia. In autunno, infine, sotto i colpi della pioggia, restituirà voce ad ogni singola foglia, donerà a ciascuna il potere del racconto, l’abilità di produrre assoli in punta di piedi.

camminoUna volta nella natura, suggerisce implicitamente Hermann Hesse nel bel pamphlet “Camminare” edito PianoB: non pretendete di rinchiudervi nell’atteggiamento miope dell’esteta, colui che si ritiene di ben più lunghe vedute rispetto al contadino (notoriamente attento al solo ambito pratico e strumentale della terra), poiché apprezzando i colori e le nuance del paesaggio come se si trattasse di un quadro non cogliereste che una singola parte del tutto, e sarete a vostra volta miopi e parziali come chi tanto denigrate.

Il silenzio e la liberazione

E allora, usate la passeggiata anche per vivere appieno le vostre preoccupazioni. Ragionateci sopra e lasciate che la forza silenziosa del paesaggio vi accompagni.

Alle volte, osservando bene, nella natura piovono le risposte, gli stimoli adatti a prendere in considerazione da una differente prospettiva le cose che vi sono capitate.

Vi accorgerete – rincasando – che sarà stata la vostra mente ad aver compiuto il vero cammino, mentre il corpo era sostanzialmente fermo.

C’è chi, camminando, può vantare le migliori conversazioni mai avute con sé stesso; oppure chi riesce a scoprire angoli nuovi persino alla millesima volta in cui passa per un certo crocevia. Infine, c’è chi riesce a capire che meditare non vuol dire stare in silenzio, ad occhi chiusi, a pronunciare preghiere o mantra; bensì muoversi e liberare la mente ad occhi spalancati sulla bellezza che guarisce.

Siete tristi? Cercate idee creative? Fatevi una passeggiata solitaria.

Tornerete diversi. Sarà come aver cambiato l’aria alle stanze di cuore e mente.

Nel silenzio si cammina per immergersi in sé stessi, per riscoprire una primordiale connessione con la totalità.

Ecco, allora scegliamo consapevolmente di entrare in contatto con la nostra realtà più profonda, ascoltiamola risuonare: riscopriamoci “infinito”.

Partiamo, mettiamoci in cammino, e dopo qualche tempo saremo di nuovo allo stesso identico punto zero… nel frattempo però ci saremo metaforicamente persi… per ritrovarci meglio di quando eravamo partiti.

La felicità, allora lo sapremo, ci aspettava lungo il cammino, sui sentieri del silenzio.

Michele Cavejari

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