Umberto Veronesi e il finale necessario

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Umberto Veronesi, l’uomo e lo scienziato

Si è spento l’8 novembre 2016, nella sua residenza milanese, l’oncologo Umberto Veronesi. Aveva 90 anni e sino all’ultimo, come saprete, ha dato prova di grande lucidità e presenza.

Veronesi e il finale necessario

Il finale necessario, questa l’idea che Veronesi aveva della morte; interpretandola non già come una disfatta da attribuire all’equipe medica o una condizione da ritardare a tutti i costi.

Lungo l’intero cammino professionale, questa figura laica, orgoglio della ricerca italiana, si è interrogato sul significato dell’esistenza. Veronesi incoraggiava ad accettare l’inevitabile, perché prima o poi sarebbe comunque arrivato il momento in cui l’unica cosa che restava da fare era imparare ad andarci d’accordo.

L’uomo ricordava allo scienziato che, pur senza fede o religione, non aveva senso temere la morte. 

L’esercizio del vivere e del morireveronesi

A ciascuno, ribadiva, spetta il grande compito di andare verso una buona morte. Un esercizio arduo specie nella modernità, aggiungeva; un tempo della Storia in cui la morte per un verso è stata rimossa e dall’altro esorcizzata sui media. L’opinione comune tende così a far ricadere sul management medico l’intero peso della sopravvivenza; invece – ricordava Veronesi – il paziente deve sempre rivestire un ruolo attivo nel processo dell’esistenza. Tradotto: al bando i vizi, cura della dieta e attività fisica costante. Mangiare poco, mangiare meglio. Parola d’ordine: prevenzione. Risultato: il benessere; l’unico possibile.

Non è certo un caso se queste considerazioni arrivano da uno scienziato che ha combattuto tutta la vita insieme a coloro che erano sul viale del ritorno.

Un percorso da seguire e un’eredità da raccogliere

Il contatto e l’attenzione umana verso il malato terminale gli suggerirono l’esigenza di fronteggiare con determinazione sempre rinnovata “il male del secolo”. Il tutto però a partire da un percorso di consapevolezza.

La fine dev’essere affrontata con serenità, una volta che si è tentato di fare del proprio meglio per vivere bene; questo è stato il suo metro di giudizio. Basti pensare alle battaglie condotte in merito all’accanimento terapeutico, alla sperimentazione animale e quindi alla legalizzazione di certe droghe a scopo terapeutico.

L’unica immortalità possibile, per Veronesi, sedimentava nell’eredità che di tutti noi trascolora nei figli.

Ma chi era Umberto Veronesi?

Classe 1925, laureato in medicina e chirurgia nel ‘52, Veronesi è stato per lungo tempo direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori (1976-1994), ricoprendo poi l’incarico di Ministro della Sanità italiana dal 2000 al 2001. Il suo impegno professionale è sempre stato orientato alla prevenzione dei tumori nonché, su tutti, alla predisposizione della terapia per il carcinoma della mammella. Al di là dell’attività clinica è stato il presidente dell’omonima Fondazione Umberto Veronesi e direttore scientifico emerito dell’Istituto Europeo di Oncologia.

Un “uomo di scienza” con personalità

Favorevole agli OGM, e per questo motivo strenuamente criticato, Veronesi fu al pari un sostenitore della dieta vegetariana a scopo di salute generale e di ostacolo alla formazione di neoplasie.

Si batté altresì nel nome del consenso informato e dell’eutanasia. Il vero obiettivo umano, motivava, non è quello di tenere in vita il corpo a tutti i costi, quando di garantire al malato una terapia adeguata e una fine dignitosa.

Veronesi, inoltre, comprese molto bene che l’atto di rendere illegale l’aborto non avrebbe certo scongiurato l’ipotesi che questo si verificasse; al contrario, si sarebbe rivelato controproducente per la salute della donna, costretta a rimediarvi in clandestinità.

Per chiudere…

Di sicuro, è difficile esaurire in poche righe di testo una biografia tanto vasta e decisiva per i nostri tempi. Per apprezzare a dovere i suoi contributi, vi rimandiamo perciò alle pagine virtuali della sua Fondazione.

Chiudiamo questo nostro pezzo con un pensiero rivolto all’uomo e insieme allo scienziato, poiché non è possibile essere grandi nella propria professione senza prima essere profondi nel presente ordinario di tutti i giorni. E lo facciamo condividendo le parole che Roberto Saviano rilancia su Facebook all’indomani della scomparsa:

Grazie a Umberto Veronesi. Lo ringrazio da italiano, perché mi ha reso orgoglioso della nostra ricerca […], per aver con il suo lavoro aiutato migliaia di persone e migliaia di famiglie. Lo ringrazio poi per la visione del mondo che ci lascia in eredità, per le posizioni mai comode che ha assunto […], per il coraggio raro in un Paese dove la politica insegue il consenso e mette spesso da parte la ragione.

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