Contrattura capsulare: cos’è e come risolverla

contrattura capsulare

Uno dei rischi più comuni della mastoplastica additiva

La contrattura capsulare è una delle complicanze più frequenti che si manifestano in seguito ad un intervento di mastoplastica additiva, correttiva o di ricostruzione del seno. Si colloca infatti al secondo posto tra le motivazioni che portano a dover eseguire un secondo intervento, spesso a soli pochi mesi dal primo. Le informazioni a riguardo sono ancora poche e nebulose ma i tentativi fatti per evitarla hanno portato ad una netta diminuzione dell’incidenza di questo disturbo.

Contrattura capsulare

contrattura capsulare
Fig.1: Esempio di contrattura capsulare

In seguito all’impianto di una protesi mammaria interna, il nostro corpo reagisce sviluppando una sacca intorno alla protesi in quanto la percepisce come un corpo estraneo e vuole proteggere gli altri tessuti. In linea generale questa capsula periprotesica è molto utile perché isola l’organismo e allo stesso tempo mantiene la protesi in posizione corretta. Essa inoltre si presenta sottile e flessibile e pertanto non crea problemi alla paziente.

I disagi si presentano qualora la capsula dovesse ispessirsi e contrarsi, stringendo la protesi e deformando il seno. Non soltanto esso risulterà duro e innaturale ma si avvertirà anche del dolore. Questo può accadere dopo pochi mesi o anche dopo anni, oppure può non accadere affatto. La contrattura può presentarsi in entrambe le mammelle ma più comunemente avviene solo da un lato.

In base alla sua gravità possiamo suddividere la contrattura in 4 livelli (classificazione di Baker):

I Grado: contrattura assente, normale consistenza del seno e la protesi non risulta visibile né palpabile.

II Grado: il seno appare meno morbido del normale e si ha la percezione della protesi.

III Grado: la mammella è dura al tatto e la protesi visibile.

IV Grado: il seno è rigido, spesso deformato e causa dolore.

Nei primi due casi è consigliato un massaggio frequente del seno che potrebbe evitare o mantenere allo stadio iniziale la contrattura. Negli ultimi due invece è indispensabile rivolgersi al proprio chirurgo.

Cause

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Fig.2: La causa potrebbe essere di natura batterica

C’è ancora molta incertezza per quel che riguarda le cause della contrattura della capsula periprotesica.

  • In piccola percentuale può dipendere dal processo di guarigione individuale per il quale il corpo crea un tessuto cicatriziale più o meno spesso.
  • Sicuramente il fumo contribuisce alla formazione della capsula periprotesica, pur non costituendone la causa primaria.
  • Può altresì derivare da problematiche relative all’impianto stesso (perdita o trasudazione di gel, non sterilità del prodotto) ma anche questo è un caso poco diffuso, soprattutto visto lo sviluppo delle protesi di ultima generazione.
  • Un’ipotesi che si sta facendo largo negli ultimi anni è quella della presenza di un batterio nel seno che, invece di causare un’infezione, svilupperebbe una sorta di fibra rigida (Biofilm).
  • Nella maggioranza dei casi tuttavia, la contrattura capsulare sembrerebbe dipendere dal modo in cui viene svolto l’intervento additivo e dal tipo di accorgimenti che si attuano nel post-operatorio.

Accorgimenti

Sebbene non sia stato ancora individuato un modo per scongiurare la contrattura capsulare, negli ultimi anni la sua incidenza è diminuita notevolmente passando dal 20% al 2-5%. Questo miglioramento è stato imputato alle nuove metodiche di intervento, sempre più sicure e meno invasive, e allo sviluppo delle moderne protesi. Per cercare di prevenire la formazione di una contrattura, al momento vengono adottati i seguenti accorgimenti:

  • Posizionamento dell’impianto in sede retromuscolare, che sembrerebbe proteggere la protesi da questa complicanza;
  • Utilizzo di protesi con rivestimento testurizzato piuttosto che liscio;
  • Utilizzo di protesi con rivestimento in poliuretano;
  • Sviluppo di liquidi antibiotici con cui irrigare la zona mammaria durante l’impianto;
  • Impiego di una speciale tasca, simile ad una saccapoche, nella quale viene posizionata la protesi per poi farla scivolare nella sede apposita senza entrare troppo in contatto con l’interno del corpo della paziente;
  • Ridurre al minimo le incisioni per l’inserimento in modo da limitare il sanguinamento;
  • Ridurre al minimo lo spazio creato per l’impianto in modo da evitare eccessivi danni ai tessuti;
  • Non mantenere l’incisione aperta troppo a lungo per non favorire l’ingresso di microorganismi naturalmente presenti nell’aria;
  • Assicurare l’assoluta sterilità dell’ambiente operatorio e degli strumenti utilizzati;
  • Prescrizione di farmaci infiammatori nelle prime fasi del disturbo. È ancora incerta l’efficacia del zafirlukast (ad esempio Accoleit), un farmaco antiasmatico, usato a scopo preventivo e durante le fasi iniziali della contrattura.

Interventi

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Fig.3

In caso di contrattura di III o IV grado è indispensabile l’intervento del chirurgo. Le possibili procedure sono 3:

  1. Capsulotomia chiusa: in casi meno gravi il chirurgo potrebbe procedere ad un massaggio vigoroso del seno nel tentativo di rompere il tessuto cicatriziale che costituisce la capsula e liberare quindi la protesi. Questa metodica, chiamata anche squeezing (dall’inglese spremere o strizzare), non prevede incisioni chirurgiche ma è comunque poco utilizzata perché rischia di rompere la protesi e danneggiare i tessuti. La procedura viene svolta in anestesia locale accompagnata da sedazione e può comportare dolore ed ematomi nel post-operatorio.
  2. Capsulotomia aperta: consiste nell’incidere la capsula periprotesica in modo che torni ad espandersi e liberi la protesi. L’intervento si esegue in anestesia locale accompagnata da sedazione. Il chirurgo accede alla protesi tramite le linee cicatriziali del precedente intervento, senza quindi crearne di nuove. La metodica è applicabile nel caso in cui la capsula sia ancora sufficientemente morbida e la protesi intatta. L’intervento dura 60-90 minuti e al termine viene applicata una medicazione e un bendaggio contenitivo. Lividi, gonfiore e un modesto dolore sono conseguenze abbastanza frequenti. È consigliata circa 1 settimana di recupero.
  3. Capsulectomia: si tratta dell’intervento chirurgico di rimozione della capsula qualora essa risulti troppo spessa e dura per poter essere incisa. È spesso necessario sostituire la protesi stessa o, a volte, cambiarle alloggiamento. Anche in questo caso il chirurgo accede alla capsula tramite le cicatrici risultanti dall’intervento precedente. L’intervento può durare fino a 3 ore e prevede l’applicazione di un bendaggio compressivo. È preferibile rimanere a riposo per circa 10 giorni.

È bene notare che nonostante l’intervento correttivo, la contrattura capsulare potrebbe riformarsi.

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Fig.4: Prima e dopo l’intervento

Immagini:

Fig.1: https://youtu.be/mnmZdpr-oZE, 2.00;

Fig.2-4: https://youtu.be/atWdLvTtrtg (0:26) (0:16)

Fig.3: https://youtu.be/KEYK_7YKjIM (1:03)

 

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