RCS: riattribuzione chirurgica del sesso

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Il coronamento non obbligato dell’adeguamento di genere

La ri-attribuzione chirurgica del sesso (RCS) consta in una serie di interventi finalizzati a completare il percorso di transizione da un sesso all’altro. Più in generale dunque, essa non è affatto il solo momento saliente del percorso e neppure uno step obbligato. Bensì si configura come l’eventuale coronamento dell’adeguamento di genere per il o la transessuale.

RCS

La metodica è autorizzata solo previo accertamento del Tribunale. Questo dacché l’asportazione degli organi riproduttivi in assenza di patologie è ritenuta lesiva all’integrità della persona.

Per l’esattezza, concluso il percorso psicodiagnostico all’interno di una struttura adibita volta a certificare la presenza di DIG (Disturbo dell’identità di genere), e avvenuta la TOS (Terapia ormonale sostitutiva), il soggetto è chiamato a presentare una domanda apposita presso il Tribunale di residenza. In caso di risposta positiva, il soggetto viene inserito in lista d’attesa per la RCS.

Terminato l’iter chirurgico, verrà parimenti rettificato il sesso di nascita sul documento anagrafico originario. Ma attenzione, cambiare sesso chirurgicamente da qualche tempo non è più un passaggio imprescindibile. Per consultare nel dettaglio le fasi preparatorie alla RCS ed ottenere una panoramica legale della questione, ad ogni modo, rimandandiamo ad un nostro pezzo dedicato.

A chi si rivolge

Il candidato idoneo alla RCS corrisponde alla soggettività transessuale, ossia al paziente che secondo il Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali noto come DMS, accuserebbe un “Disturbo dell’Identità di Genere” (D.I.G.) o “Disforia di Genere” secondo l’OMS.

Parliamo di una minoranza sessuale dotata di un profilo biologico ben definito, ma al contempo di una interiorità più affine al genere opposto.

In altri termini, il o la transessuale si percepisce nel corpo sbagliato.

Chirurgia MtoF

L’iter di riconversione sessuale a partire da un paziente maschio e volta a restituire una fisicità femminile, consiste in una serie di interventi chirurgici che spaziano dalla mastoplastica additiva alla vaginoplastica. Oltre a questi, tuttavia, si intercettano comunque anche le procedure al laser per la rimozione dei peli e la demolizione del pomo d’Adamo (Adam’s apple shaving).

Andando per ordine

Solitamente il primo rivoluzionario intervento è la mammoplastica additiva. La regione infatti, sebbene grazie alla TOS possa aumentare di proiezione, resta di fatto molto più somigliante ad un rilassamento adiposo. L’intervento di mastoplastica, dunque, lavora sui volumi restituendo una forma più piena e soddisfacente, nonché correggendo parimenti eventuali asimmetrie. Tramite un’incisione nella piega sottomammaria, peri-areolare o ascellare, viene introdotta una protesi in silicone. Per un debito approfondimento comunque siamo a rimandare al nostro contributo sulla mastoplastica.

Il secondo e decisivo intervento

Parliamo della vaginoplastica, la quale si definisce demolitiva e ricostruttiva in base alle fasi di cui è composta. In un primo momento si procede all’orchiectomia bilaterale o disassemblamento penieno, ossia all’asportazione dei genitali maschili. In seguito, la pelle del pene viene introflessa, rovesciata a permeare di sé una cavità appositamente realizzata fra la vescica ed il retto. Una porzione del glande fungerà da clitoride per la nuova vagina, e dunque dovrà permanere irrorato e vascolarizzato. Un’accortezza che oltre al carattere esteriore serba anche qualità funzionali, dacché preserva il carattere erogeno della regione. Esportata la porzione distale dell’uretra, si modella infine la vulva, il monte di venere e le labbra.

L’intervento dura in genere 4-5 ore e richiede una degenza pari a circa 15 giorni, per mantenere in sede un conformatore. Il tutor a forma sferica o fallica, infatti, andrà inserito più volte durante il giorno per un periodo di almeno 6 mesi. In questo modo è scongiurata l’ipotesi di una retrazione diametrale della cavità o di una perdita di profondità della stessa.

Chirurgia FtoM

L’iter di intervento in questo caso è decisamente più complicato. Esso consiste in una serie di operazioni chirurgiche svolte su di una paziente femminile in transizione verso la propria identità maschile. In altri termini si procede all’asportazione della ghiandola mammaria e della cute eccedente. E quindi si procede all’intervento noto come isterectomia totale, consistente nell’asportazione dell’utero e delle ovaie.

A ciò segue dunque l’operazione di falloplastica vera e propria. Le metodiche possono essere molteplici. Ovvero, il fallo può essere costruito mediante autotrapianto di un lembo tratto dall’avambraccio o ripiegato dalla zona pubica. Viene realizzata a questo modo una struttura cilindrica, debitamente irrorata per garantirne la sensibilità. E tuttavia questa prima fattispecie non ha funzionalità meccanico-sessuale né tantomeno urinaria. Di conseguenza, è possibile costruire un’uretra a margine dell’ipertrofia dell’imene (5-7 cm) ottenuta grazie alla TOS. Questi fungerà da piccolo glande ospitante il canale adibito alla minzione. In un successivo intervento si potrà riscostruire parimenti il tratto mediale fra l’orifizio di base e la porzione inferiore del pene, nascondendo il clitoride nel canale uretrale.

In genere, l’impianto di una protesi finalizzata a garantire la rigidità della regione, e dunque votata a simulare l’erezione, viene introdotta durante un ulteriore intervento, e comunque a margine dell’omonimo costruttivo.

Da ultima, la scrotoplastica completa il quadro, palesandosi come il collocamento di due protesi testicolari in un’area ricavata fra le grandi labbra. Il materiale riproduce fedelmente le dimensioni e la consistenza di una naturale sacca scrotale maschile.

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