Genere e sesso, il percorso MtoF e FtoM

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Alcune parole per chi si sente “sbagliato”

L’esperienza di sé e dell’altro non prescinde dall’esistenza sessuale. Ogni relazione intersoggettiva, sin dalla più tenera età, va strutturandosi primariamente sul riconoscimento di una dicotomia categoriale fra maschile e femminile.

Genere, sesso e orientamento sessuale

L’autenticazione di quel che si è, quindi, passa attraverso la corrispondenza con un modello stereotipico interiorizzato e tramandato. Cosa succede, tuttavia, quando il proprio corpo non si rifà a quel modello?

I Gender&Cultural Studies spiegano che la nostra società si fonda su di un operatore logico noto come “binarismo sessuale”. Un pensiero che si impone tanto alla maggioranza quanto alla minoranza, proponendo una griglia di alternative escludenti in base alle quali incasellarsi. Nello specifico, il “binarismo sessuale” veicola la triade formata da genere, sesso e orientamento sessuale. Il soggetto è “quello che è” in base alla dotazione genitale (uomo o donna), in base agli atteggiamenti che culturalmente la società definisce “idonei” ad un uomo e ad una donna (perciò maschio o femmina), e infine in base all’orientamento, ovvero a seconda che il suo interesse sessuale sia rivolto al sesso opposto (eterosessuale) o al medesimo di appartenenza (omo).

Identità minoritarie

Da ciò risulta che quantomeno in Occidente lo status di identità maggioritaria privilegiata – dunque dominante – spetta al maschio eterosessuale. Per la precisione, al soggetto dotato di genitali maschili che si comporta in base ai criteri “machisti” e a cui piacciono le donne. Una società di questo tipo è definita patriarcale o androcentrica. Parimenti, il soggetto complementare alla maggioranza dominante è rappresentato dalla donna eterossessuale. Nel mezzo, quali identità minoritarie, troviamo gli omosessuali (gay e lesbiche) i transessuali (MtoF, FtoM), transgender (che rifiutano il binarismo in sé) e gli intersessuali (i cui caratteri sessuali sono indifferenziati).

Nel “ragionar comune” del XXI secolo essere “naturali” e perciò “normali”, “giusti”, significa calzare i parametri di identità sessuale maggioritaria (uomo etero) o quelli a lei speculari (donna etero).

Natura o cultura?

D’altro canto è quanto meno contraddittorio pretendere di spacciare per naturale ciò che embrica un criterio di catalogazione massimamente artificiale, dunque arbitrario, come i canoni del “maschile” e del “femminile”.

Viene definito patologico vestirsi, parlare, atteggiarsi e pensare da donna quando i genitali e l’aspetto esteriore palesano un uomo; e viceversa. Ma cosa significa “atteggiarsi da”? Significa “rendersi leggibili in base a norme, leggi, concezioni linguistiche, religiose e scientifiche”. 

Transgender

Ecco spiegata l’anarchia dei corpi transessuali e transgender. Essi sono l’eccezione che conferma la regola.

Il transgender sbugiarda il carattere fittizio della “naturalità” e la rivela come ideologia; esso palesa il “binarismo sessuale” come strumento lombrosiano per stabilire a priori chi è giusto e chi è sbagliato.

Essere una “minoranza sessuale”

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Difficile immaginare una condizione più ardua di coloro i quali si trovano costantemente in uno stato di “minoranza”. Essere una “minoranza sessuale”, infatti, pare implicare un’inferiorità qualitativa. Essere una minoranza sessuale significa, agli occhi di alcune persone, vestire un’eccezione destabilizzante e corrotta.

Capire, non giudicare

Scegliamo allora di affrontare la delicata questione dell’adeguamento di genere, o cambio di sesso. Questo perché il transessuale mette in discussione non soltanto gli assunti che possediamo sull’orientamento sessuale, ma sull’identità di genere. Ed ecco perché è tanto più necessario parlarne serenamente ma seriamente.

Nessun corpo è sbagliato

Le resistenze che orbitano attorno ai soggetti nati nel “corpo sbagliato”, infatti, spesso sono solo un meccanismo di difesa adottato dalla massa per paura di tutto quanto mette in discussione i più rassicuranti canoni di leggibilità sociale. La sfida che valga davvero l’uomo, invece, è riattraversare criticamente i propri modi di pensare al sé e con ciò il modo di approcciarsi al mondo.

Cosa significa “adeguamento di genere”

Cambiare sesso non significa negare sé stessi, né agire contro-natura. Equivale a coniugare l’esteriorità sulla base di ciò che l’intimità individuale dalla nascita riconosce.

Non tutti i percorsi, ad ogni modo, conducono necessariamente alla riassegnazione chirurgica del sesso. Questo vale per il transgender in primis, ma anche per molte soggettività transessuali: l’esigenza primaria è il riconoscimento.

Per questo motivo le diciture MtoF (Male to Female) ed FtoM (Female to Male) sono tanto decisive quanto al limite fuorvianti. Dal punto di vista formale è corretto definire il corpo transessuale come un atto di transizione; il soggetto ricerca l’adeguamento della propria esteriorità fisica alla propria sensibilità interiore. Non per forza però la falloplastica e la vaginoplastica sono ritenute indispensabili. L’accettazione totale dell’alterità a livello di pratica culturale è infatti ancor più importante e decisiva. La chirurgia plastica e le terapie ormonali risultano casomai il debito coronamento per un importante, faticoso traguardo raggiunto.

Adeguare la propria dotazione sessuale al genere cui si sente di appartenere è l’ultimo passo. Di certo nemmeno il più difficile se si pensa alle difficoltà psicologiche che il trans deve sostenere.

Il transessuale nella scienza medica e legale

Nel noto Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali noto come DMS, la transessualità è trattata come una patologia psichiatrica. Il soggetto soffrirebbe di un “Disturbo dell’Identità di Genere” (D.I.G.) o “Disforia di Genere” secondo l’OMS.

I soggetti in esame sono descritti sostanzialmente come una tipologia umana che pur vantando un profilo anatomico e biologico nella norma (a differenza dell’intersessuale), si sente in balia di un corpo sbagliato.

Il riconoscimento del transessualismo quale malattia resta ancora oggi l’unica modalità d’accesso alla Riassegnazione Chirurgica del Sesso. Una doppia umiliazione.

Legge e percorso diagnostico

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Ad ogni modo, grazie a una recente sentenza della corte Costituzionale (221), l’intervento chirurgico diviene opzionale e non obbligatorio in vista della ri-attribuzione del sesso e del nome anagrafico. Una piccola vittoria per i movimenti lgtqi (lesbian,gay,trans,intersexual,queer) e un primo, decisivo passo verso la faticosa conquista di sé.

Posto che non è necessaria autorizzazione del Tribunale per intraprendere la terapia endocrinologica, in territorio italiano il cambiamento di sesso è regolamentato dall’art.3 della legge n.164 del 1982. La Ri-attribuzione chirurgica di sesso (RCS), però è autorizzata solo previo accertamento del Tribunale, dacché l’asportazione degli organi riproduttivi in assenza di patologie è ritenuta lesiva all’integrità della persona.

Andando con ordine, comunque, l’iter di riappropriazione del sé principia dalla volontà di intraprendere un percorso psicodiagnostico. In capo ai necessari colloqui ed una volta diagnosticato il DIG (Disturbo dell’identità di genere), servono 3 mesi per ottenere la perizia psichiatrica ed altri 6 fra test e diagnosi per giungere infine al nullaosta che garantisce l’accesso alla TOS (Terapia ormonale sostitutiva) con l’endocrinologo.

Riattribuzione chirurgica del sesso

Qualora dunque si intenda avviare una pratica di RCS (riattribuzione chirurgica del sesso), il soggetto sarà chiamato a presentare una domanda apposita presso il Tribunale della città di residenza.

Fra le facoltà del Tribunale rientra la nomina di un consulente tecnico d’ufficio (C.T.U.) che effettuati alcuni incontri con il candidato e svolto l’iter d’indagine attraverso debiti colloqui psicologici ed esami di laboratorio con periti, produce una relazione scritta. Bisogna sottolineare comunque che al momento della nomina del consulente tecnico d’ufficio, il soggetto interessato può scegliere un proprio consulente, la cui facoltà primaria è di assistere alle perizie e sostenerne le ragioni in Camera di Consiglio.

La relazione del C.T.U. è dunque oggetto di valutazione interdisciplinare e qualora accolta, finalmente consegnata al richiedente. In seguito, sarà possibile concordare il percorso d’intervento più idoneo.

Ricapitolando

Di norma il percorso ha inizio con un periodo di circa 6 mesi durante il quale il paziente si sottopone a indagini di carattere psichiatrico ed ormonale. A questo segue un anno di somministrazione di ormoni ed una prova di “vita reale”; durante questo periodo il paziente effettivamente si relaziona in tutto e per tutto come una persona del sesso opposto. Trascorsi due anni dall’inizio dell’iter terapeutico, i professionisti producono una relazione dettagliata con il quadro del soggetto, valutandone il percorso. Questa, presentata al Tribunale competente, consentirà al soggetto di figurare in una lista d’attesa per la RCS.

Si apre allora una fase potenzialmente attraversata da lunghe incertezze e sospensioni (anche pari ad anni) prima della fatidica chiamata.

Avvenuta la riconversione chirurgica del sesso, seguiranno opportuni follow-up al fine di verificare il corretto reinserimento della persona nel quadro lavorativo e sociale. Parimenti, a RCS avvenuta, si ritireranno le cartelle degli interventi e verrà presentato ricorso per il cambio di anagrafica.

Ogni documentazione verrà fornita ex-novo.

Qualora il soggetto fosse sposato, la legge consente di mantenere il rapporto matrimoniale ed i pieni diritti di godimento dello stesso

Il costo complessivo dell’intervento, ad ogni modo, si aggira attorno ai 20.000 euro.

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