Vegetariani e vegani: due percorsi etici di grande spessore

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Un pò di chiarezza sugli stili di vita cosiddetti “veggies”

Vegetariani: ammirati o derisi. Vegani: grandi personalità, con un forte spirito etico oppure ciarlatani e modaioli.

Il dibattito sulla dieta vegana e vegetariana impazza. E, nei fatti, riceve grande attenzione non solo perché comporta una discontinuità d’interpretazione affatto trascurabile sul tema del cibo, ma anche per via delle ricadute economiche sottese.

Hanno ragione i veggies, a dire che l’uomo non ha il diritto ad uccidere o sfruttare un animale? O gli onnivori nel rimarcare l’insostituibilità della carne?

 

Proviamo a fare anzitutto un po’ di chiarezza sui termini vegano e vegetariano. 

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Vegani e veganesimo

No, non è il nome di una setta religiosa, sebbene molti dei suoi militanti vengano spesso dipinti come fanatici.

Che cos’è dunque il veganesimo? È forse un vegetarianesimo integralista? Sì e no. Dobbiamo metterci d’accordo sui termini, e prima ancora – se possibile – scegliere parole che non siano connotate negativamente.

Il veganesimo embrica una seria, antidiluviana questione filosofica circa il posto dell’essere umano nel cosmo.

Questione di senso, di significati intimi

Il veganesimo principia da un assunto molto semplice: siamo tutti uguali. Detta diversamente, alla domanda sulla centralità dell’uomo, questo stile di pensiero (prima che di “gusto”) risponde che non è possibile comporre una gerarchia fra le specie.

In breve, la specie umana non può dirsi la sola a provare dolore o piacere perché non c’è rottura radicale fra gli stati del vivente.

Implicazioni

Una formulazione concettuale di questo tipo, cosa implica? A tutta prima, intuitivamente, il rifiuto dell’uccisione sistematica di altri animali.

Nel concreto, la dieta vegana sceglie di problematizzare una prassi nella norma accettata senza resistenze: il macello e la violenza verso gli animali non solo per finalità alimentari ma di ricerca scientifica e di abbigliamento.

Di norma, la controparte onnivora si limita a controbattere che – a rigore – il vegano non dovrebbe vivere che di aria. Pareri meno ostracizzanti, invece, puntano sul fatto che lo stile dell’obiettore di coscienza alimentare, il vegano, seguirebbe una dieta “povera” di principi alimentari e in ultima analisi non salutare.

Tutto ha “diritto a vivere”

È vero, anche il veganesimo ha i suoi punti deboli, le sue contraddizioni interne. Resta il fatto però che si rivela un formidabile strumento di lotta morale allo spreco, al consumismo. Indirettamente certo, ma inequivocabilmente. Sul piano razionale l’industria dell’allevamento vanta un impatto ormai insostenibile sull’ambiente anche in termini di emissioni di gas serra. A testimonianza di questo i dati sono reperibili in rete.

Il punto però non è nemmeno questo. Il vegano anticipa ogni speculazione economica ed ecologica muovendo in direzione dei diritti dell’animale. Quest’ultimo, sostiene il vegano, non è una risorsa, una quantità di calorie e di proteine, ma una forma di vita. E come vita ha diritto a non soffrire, ha diritto alla libertà.

Due obiezioni, due risposte

Nell’insieme, ne risulta una scelta di vita che molti non condividono. Altri osteggiano. Altri ancora deridono: se non ci fosse la sperimentazione animale, dicono, non vi sarebbero cure. Se anticamente non ci fosse stata la caccia, l’uomo non sarebbe qui.

Due obiezioni magari grossolane, ma efficaci.

Il veganesimo autentico però risponde: l’uomo non conta più dell’animale, perciò non ha il diritto di utilizzarlo. E se questo è avvenuto sino ad oggi, ciò non significa che sia lecito continuare a farlo.

L’uso di sostanze di origine animale, d’altra parte, risulta talmente diffuso nelle tecniche di produzione moderna – e soprattutto nel cosmo occidentalizzato – che lo stile vegan “puro” risulta impraticabile, azzoppato in partenza.

Vegetariani e vegetarianismo

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Notoriamente etichettato come la variante democratica e moderata del veganesimo, il vegetarianismo al contrario principia da uno slancio etico ma non necessariamente da una visione antispecista. Al contrario, il vegetarianismo è spesso antropocentrico (sebbene contempli comunque una forte vena biocentrica) e qualifica l’uomo come custode e garante del regno terrestre.

Essere vegetariani può definirsi pertanto una scelta dettata tanto da principi laici che religiosi. Le sue origini sono infatti assai antiche e non sorprende, d’altra parte, che la gran parte dei movimenti pacifisti sia storicamente connessa e coniugata con pratiche vegetariane. Si pensi alla non-violenza del Mahatma, piuttosto che alla stagione di protesta giovanile degli anni 60-70.

Al di là della salute personale…

Oltre alle scelte dietetiche, i vegetariani “etici” non prendono parte ad attività di caccia, a spettacoli che implicano maltrattamento o morte di animali, dunque diserta e osteggia apertamente zoo, aquapark e corride, rodei e corse di cani o di cavalli. Dietro alla dieta c’è un mondo, dunque. Un mondo che è tutto fuorché la caricaturale ricerca del “bio”, ciò che talvolta (peraltro) si pone paradossalmente in antitesi con il km zero.  

Ad ogni modo, v’è chi preferisce traslare il dibattito “ veggies versus rest of the world ” sul piano salutistico della dieta. Certo, è vero che fra i vegetariani si nota una minore incidenza di patologie cardiache. È vero che frutta e verdura prevengono certi tumori e di fatto il loro consumo scongiura il sovrappeso, ma ridurre questo vasto approccio morale ad una questione di bilancia e di benessere individuale è in parte sottostimare una soggettività responsabile ed ecologicamente attiva.